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FILM Regno Unito

Winterbottom, un inglese a Genova

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Winterbottom, un inglese a Genova

“Fare sempre lo stesso film, alla lunga, è noioso”. Parola di Michael Winterbottom, inglese a proprio agio in ogni angolo del mondo (basta vedere la geografia delle sue opere, dalla Jugoslavia di Benvenuti a Sarajevo al Pakistan di Cose di questo mondo) e con qualsiasi genere (storico, politico, fantascientifico, documentario), che ha scelto di ambientare la sua ultima fatica – ma solo per ora, sono già in postproduzione due nuovi lavori hollywoodiani – in Italia.

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, infatti, a far da sfondo all’elaborazione del lutto di Joe (Colin Firth) e delle sue figlie, la piccola Mary e la maggiore, Kelly. Alla morte della donna (in un incidente automobilistico di cui Mary sente tutto il peso della responsabilità), quel che resta della famiglia si trasferisce dagli Stati Uniti nel capoluogo ligure: che – tiene a precisare il regista – non è una semplice location, ma il luogo che – coi suoi caruggi, insieme pittoreschi e minacciosi, esplorati palmo a palmo dalla fotografia in HD del danese Marcel Zyskind, e gli splendidi dintorni affacciati sul mare – “ha visto nascere davvero l’idea, che in qualsiasi altro posto del mondo avrebbe dato vita a un’opera del tutto diversa”.

Prodotto da Revolution Films e FilmFour e fortemente sostenuto dalla Regione Liguria e dalla locale Film Commission (merito anche del personaggio interpretato da Catherine Keener, la collega un po’ pedante di Joe, che guida lui e le figlie alla scoperta dei tesori artistici e naturali della zona), Genova – migliore regia due anni fa al festival di San Sebastian – è un nuovo capitolo del feeling che lega gli autori europei al Belpaese. Più che al Wenders di Palermo Shooting [+leggi anche:
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, però, Winterbottom preferisce pensare al connazionale Nicolas Roeg, il cui “antico” A Venezia… un dicembre rosso shocking (1973) è stato una fonte d’ispirazione: “Venezia, in qualche modo, è la ‘gemella’ di Genova, e poi anche lì i personaggi si confrontavano con la scomparsa di un affetto”.

“Più che il dolore o la tragedia, però, ho voluto descrivere l’affetto che tiene uniti i protagonisti e l’adattamento ad un luogo che non è il loro, ad una città e ad una lingua che sentono estranee”. Peccato che gran parte di questo spaesamento, specialmente quello linguistico, vada perduto nell’edizione italiana (in sala il 16 ottobre in circa venti copie, distribuite da Officine UBU), svilita dalla scelta infelice di doppiare tutti, Mary e Kelly comprese.

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