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FILM Italia

La Sconfinata giovinezza di Pupi Avati

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La Sconfinata giovinezza di Pupi Avati

Più che Una sconfinata giovinezza [+leggi anche:
trailer
scheda film
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, spiega Pupi Avati a proposito del titolo del suo ultimo film, “avrebbe dovuto chiamarsi Una sconfinata infanzia”: “In questo momento della mia vita, arrivato alla seconda parte del secondo tempo, sgomita dentro di me il bambino di 8 anni che credevo di aver tacitato, dimenticato”.

Autore da sempre di film affettuosamente nostalgici, il regista bolognese ha scelto di affidare i propri ricordi (i genitori morti in un incidente d’auto, i giochi “autarchici” nella provincia emiliana) a una storia insieme dolorosa e serena, quella di Lino (Fabrizio Bentivoglio) e Chicca (Francesca Neri, al terzo film con Avati), stimati professionisti, felicemente sposati da una vita: “Come si dice quando uno interviene interrompendo due che stanno parlando?”. Lino con le parole ci lavora, fa il giornalista sportivo, e quella domanda è la prima avvisaglia dell’Alzheimer che avanza, impietoso, cancellando il medio e il breve termine, e riportando a galla soltanto le memorie di un passato lontano.

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Una forma di regressione che il film restituisce alternando i piani temporali, e indovinando soprattutto nei flashback (seppiati dalla fotografia di Pasquale Rachini), personaggi e atmosfere tipicamente avatiane.

“L’Alzheimer è il morbo dei parenti, non dei malati”, spiega l’autore, riferendosi alle sofferenze che vive chi fa i conti con un familiare che, prima o poi, smette di riconoscere anche gli affetti più cari: “Non ho voluto speculare sul dolore, aggiungere disperazione a disperazione, ma raccontare come, per quanto terribile, la malattia sia un’esperienza che, certo terribile, può comunque essere accolta nella nostra vita”.

Ai suoi attori ha chiesto “pudore interpretativo”, e l’ha ottenuto, specie da Bentivoglio, in un ruolo che – ammette l’attore – “è un regalo, ma al tempo stesso una patata bollente”: “Questo film – continua – può essere visto come una favola per bambini: Chicca e Lino si amano tanto, ma non sono riusciti ad avere figli: finché Lino non torna bambino, e Chicca si trova ad accudire il figlio che non ha mai avuto”.

Una lettura quasi “poetica”, che fa il paio con quella della Neri, che nel film legge “un senso di speranza, un amore coniugale che diventa materno”.

Temi importanti, “controcorrente rispetto al cinema italiano di oggi”, spiega Avati, che sembra aver metabolizzato l’esclusione del film dal concorso del Festival di Venezia (la polemica ha tenuto banco a lungo, sulle pagine agostane dei quotidiani), ma in compenso lascia trapelare una certa vena polemica parlando di “prudenza del distributore 01”: le (sole, sottintende il regista) 200 copie in cui uscirà dimostrerebbero scarsa fiducia nel potenziale del film.

Al boxoffice l’ardua sentenza: prodotto da Antonio Avati per Duea Film insieme a Rai Cinema, Una sconfinata giovinezza sarà in sala l’8 ottobre.

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