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EDITORIALE

E se internet non fosse il diavolo?

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- L’abbattimento delle windows e le licenze di distribuzione panterritoriali non sono la panacea. Serve ricostruire la fiducia tra industria e pubblico

E se internet non fosse il diavolo?

Era il 1982 quando Jack Valenti, allora presidente della Motion Picture Association of America (MPAA), dinanzi al Congresso degli Stati Uniti d’America, prediceva che il videoregistratore – in rapida ed inarrestabile diffusione, in quegli anni, nelle case americane – avrebbe rappresentato per l’industria del cinema e per il pubblico ciò che lo strangolatore di Boston rappresentava per una donna sola in casa.

Una nuova tecnologia come il videoregistratore veniva guardata dall’industria cinematografica dell’epoca con diffidenza e, anzi, quasi con terrore come se la sua diffusione fosse direttamente proporzionale alla scomparsa di un intero e florido comparto industriale.

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La storia dell’ultimo trentennio ci ha poi raccontato che quelle previsioni erano straordinariamente sbagliate.

Il videoregistratore non solo non ha “strangolato” l’industria cinematografica ma ha, al contrario, aperto un nuovo e florido segmento di mercato come quello dell’home video, abituando, tra l’altro, il pubblico alla fruizione del grande cinema in casa e, dunque, ad un’esperienza d’uso che è poi risultata utile e preziosa quando le videocassette hanno lasciato il posto, sugli scaffali, ai dvd.

Oggi la storia sembra ripetersi.

La paura con la quale l’industria cinematografica mondiale guarda alle nuove tecnologie digitali e telematiche discende dallo stesso patrimonio genetico all’origine della convinzione secondo la quale il videoregistratore avrebbe rappresentato la disgrazia del cinema.

Internet è, oggi, per l’industria del cinema il diavolo, il più terribile dei rivali.

Un nemico da combattere lasciandosi guidare dal principio machiavellico secondo il quale il fine giustifica i mezzi.

Pazienza, secondo l’industria cinematografica mondiale, se lungo la strada che dovrebbe condurre alla liberazione del cinema dal terrore della Rete sarà necessario compromettere il rapporto tra chi fa cinema e chi fruisce del cinema e pazienza se per riuscire nell’impresa sarà necessario allearsi con quei Governi e con quei poteri che sono contrari alla libera circolazione delle idee.

Un film in Rete è, per la più parte dei rappresentanti dell’industria dei contenuti, un film perduto, un predestinato: gli utenti ne fagociteranno il valore, polverizzando in poche ore gli investimenti multimilionari sostenuti per produrlo e disincentiveranno così ogni nuovo sforzo produttivo.

Internet trasformerebbe, secondo i più, un’industria, sino a ieri, straordinariamente redditizia come raccontano i fasti di Hollywood in un’impresa inesorabilmente anti-economica.

Non c’è esperienza che valga a suggerire ai capitani dell’industria cinematografica mondiale un approccio diverso: non quella legata al video registratore né quella – che pure sarebbe straordinariamente illuminante – vissuta, con una manciata di anni di anticipo, dai “cugini” dell’industria musicale.

Niente da fare, almeno sin qui.

La circolazione dei contenuti cinematografici online è considerata nemica, quasi per antonomasia, dell’industria cinematografica con la conseguenza che i film arrivano in Rete – attraverso i canali legali – poco, tardi e quasi per forza di inerzia senza che alcuno sforzo promozionale effettivo sia compiuto o affrontato.

Il fenomeno secondo l’industria cinematografica deve essere governato attraverso interventi normativi sempre più incisivi finalizzati a restringere le maglie – per la verità già sin troppo strette – della disciplina sul diritto d’autore in modo da fornire ai titolari dei diritti strumenti di enforcement più efficaci ed utilizzabili contro chiunque faciliti la fruizione o fruisca delle opere cinematografiche online.

Si assiste così, ormai da anni, ad una paradossale scena degna, forse, di un remake del celebre film “guardie e ladri”, nella quale l’industria del cinema insegue i Governi di mezzo mondo perché, a loro volta, inseguano gli utenti della Rete del mondo intero.

Un’inarrestabile corsa in circolo, l’uno dietro all’altro senza che gli inseguitori raggiungano mai gli inseguiti o, comunque, riescano a fermarli come, d’altra parte, è ovvio che sia considerata la costante ed inarrestabile evoluzione delle tecnologie e delle dinamiche di circolazione dei contenuti in digitale.

Al riguardo è bene intendersi per evitare facili e pericolosi fraintendimenti.

Non c’è ragione – e sarebbe sbagliato – per prendersela con l’industria dei contenuti che, giustamente, esige dagli utenti il rispetto delle regole di proprietà intellettuale da questi ultimi troppo spesso violate.

Scaricarsi o fruire di un film in streaming senza pagare alcun prezzo e senza l’autorizzazione del titolare dei diritti è vietato ed è una condotta tanto disdicevole – prima ancora che giuridicamente illecita – quanto quella di chi uscisse da una mediastore con un dvd in tasca senza passare per le casse.

Nessuna apologia dei pirati digitali, dunque.

Ad un tempo, però, occorre riconoscere che l’approccio dell’industria cinematografica alla circolazione online dei propri contenuti è probabilmente sbagliato e sorprende la caparbietà con la quale si continua ad adottarlo.

Le ragioni di un giudizio tanto severo sono molteplici e difficili da sintetizzare ma risiedono, sostanzialmente, nel sistema della distribuzione delle opere cinematografiche e nei numerosi limiti e paletti territoriali e temporali che lo contraddistinguono.

Internet, infatti, è per definizione una rete di reti aperte ed interconnesse con l’ovvia conseguenza che ogni qualvolta un contenuto è reso disponibile online in un Paese ed in un determinato intervallo di tempo, gli utenti della rete globale hanno l’aspettativa di potervi accedere a prescindere dal loro Paese di residenza.

L’assenza di un’offerta legale accessibile dal proprio Paese in relazione ad opere disponibili altrove rappresenta un forte stimolo alla ricerca di tali contenuti sui mercati paralleli e, spesso, illegali.

Analoga conseguenza produce, il sistema delle finestre temporali con la disponibilità di opere cinematografiche attraverso taluni canali – la sala ad esempio - in un determinato intervallo di tempo e la contemporanea indisponibilità delle medesime opere online.

Anche in questo caso l’attività promozionale finalizzata a portare il pubblico al cinema, finisce con il creare un’aspettativa che resta frustrata da parte di chi voglia legittimamente fruirne online.

La frustrazione dell’utente genera – in taluni casi – ricerca del contenuto attraverso canali illeciti.

L’errore dell’industria cinematografica, in questo senso, può essere efficacemente sintetizzato con un’immagine cara agli amanti dei western: il pubblico online non è una mandria di bestiame che trovando barriere artificiali – rappresentate dai citati limiti commerciali e giuridici – si lasci indirizzare verso un determinato recinto rappresentato dalla sala cinematografica, dal mercato home video o dalla pay tv.

Il “pubblico digitale” è, ormai, abituato a ricercare qualsiasi genere di contenuto senza riguardo a barriere temporali o territoriali ed a considerare un contenuto accessibile se disponibile – non  importa dove – nello spazio telematico.

Starebbe all’industria del cinema approfittare di questa sete di contenuto cercando di intercettare – come accaduto nel mondo della musica – il proprio pubblico in una dimensione multicanale e temporalmente trasversale.

Guai, ovviamente, a pensare che tanto basterebbe a risolvere l’annosa questione della pirateria cinematografica online e che, dunque, l’abbattimento delle finestre temporali e le agognate licenze di distribuzione panterritoriali possano rappresentare la panacea di tutti i mali.

Resterebbe comunque – e sarebbe ipocrita non riconoscerlo – un fattore culturale importante legato alla difficoltà di far apprezzare al c.d. “nativo digitale” il valore di un’opera immateriale ed il disvalore di impossessarsene e fruirne illegittimamente.

C’è, dunque, una battaglia culturale importante da combattere ma vincerla ha per presupposto il recupero del rapporto di fiducia tra l’industria cinematografica ed il suo pubblico, un rapporto che, attualmente, è fragile e logorato perché i secondi identificano nella prima una ricca ed avida antagonista rispetto alla quale anche il furto può essere considerato eticamente corretto come quelli compiuti da Robin Hood nella foresta di Sherwood.

E se si provasse a guardare ad Internet come il più prezioso degli alleati anziché come il diavolo?

In fondo rappresenta – tra l’altro – il media con la più grande e capillare capacità distributiva di contenuti audiovisivi della storia dell’uomo.

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