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VARSAVIA 2017 Concorso 1-2

La Vie de Château: una commedia degli equivoci nella comunità degli immigrati parigini

di 

- Presentato in prima mondiale nel programma competitivo riservato ai registi di opera prima e seconda, il film di Modi Barry e Cédric Ido sovverte i canoni del dramma intellettuale

I film sulla vita delle comunità di immigrati non sono quasi mai leggeri; il più delle volte, mostrano i problemi indotti dalla povertà, fanno dichiarazioni politiche, anche quando sono fatti per essere sovversivi (si pensi a Girlhood [+leggi anche:
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di Celine Sciamma). La vita cinematografica dei quartieri africani o di altri immigrati in Europa sembra destinata ad essere eternamente definita da crimine, durezza e violenza. Ma come rari sono questi ritratti, è ancora più raro trovare una dramedy, una commedia, una farsa o una commedia degli equivoci ambientata in questi contesti. E quale posto migliore per fare un film del genere della Francia, famosa sia per il suo genere cinematografico della banlieue che per la ricca tradizione della farsa?

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, diretto da Modi Barry e Cédric Ido, e proiettato in concorso nella sezione 1-2 del Festival del cinema di Varsavia, è proprio questo. Il titolo viene da Château d’Eau, una stazione della metro vicino alla Gare de l’Est, a Parigi, con una vibrante comunità africana costruita intorno, e il film racconta la storia di Charles (interpretato da Jacky Ido, fratello del regista e indimenticabile Marcel di Bastardi senza gloria [+leggi anche:
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), che si guadagna da vivere fermando le persone per strada e convincendole a visitare i parrucchieri e i saloni di bellezza vicino, usando tanti trucchi quanti ne può comodamente contenere la sua manica di buona sartoria. Ma quello che veramente sogna è di avere un negozio di barbiere tutto suo e sa esattamente quale vuole, sebbene l'attuale proprietario sia un poeta curdo con cui Charles sostiene di avere un "rapporto speciale". Il guaio è che sembra essere incastrato in questa sua "truffa" vivente, anche se è il più elegante di tutti i truffatori. A Château d'Eau, con la sua frenetica vita di strada, immigrati clandestini, imprenditori fiduciosi, dj della Costa d'Avorio e loschi boss nigeriani chiamati come musicisti famosi, tutti sembrano ingannare gli altri, non importa quante promesse di onestà si facciano l'un l'altro o quali siano i loro veri sentimenti reciproci.

La sceneggiatura scritta da entrambi i registi e da Joseph Denize (da un'idea originale di Matthew Gledhill) è impeccabile: se La Vie de Château è una commedia degli equivoci, uno di essi dovrà essere tragico. Nella lotta per creare una vita migliore per se stessi, anche a scapito degli altri, tutti i veri sentimenti di affetto, le amicizie e gli amori non vissuti devono venire per secondi – e per come stanno le cose, non hanno nemmeno una possibilità. Il proprietario otelliano del salone di bellezza, il ricco ma insicuro Dan (Gilles Cohen), sembra destinato a vivere una vita senza pace, mentre Charles scopre quali sono i suoi veri sentimenti quando è troppo tardi. È veramente delizioso come La Vie de Château faccia proprie le convenzioni del dramma europeo, codificate come "cultura alta", e le sovverta con il linguaggio e con l'impostazione di una parte diametralmente opposta dello spettro culturale, quella degli immigrati e della classe operaia. E in definitiva, questo significa che Barry e Ido si stanno preparando ad essere intriganti filmmaker le cui opere future vanno tenute d’occhio.

La Vie de Château è prodotto dalla francese SRAB Films, One World Films, M 141 Productions e Happiness Distribution, che si occupa anche della sua distribuzione in Francia. Il film è venduto all'estero da MK2.

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(Tradotto dall'inglese)

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