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VARSAVIA 2017 Concorso Free Spirit

LOMO – The Language of Many Others: espressione cinematografica di una realtà virtuale

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- In mostra a Varsavia, il film d'esordio di Julia Langhof sull'identità delle generazioni più giovani è un'opera stimolante ed esteticamente innovativa

LOMO – The Language of Many Others: espressione cinematografica di una realtà virtuale

Il protagonista di LOMO – The Language of Many Others [+leggi anche:
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di Julia Langhof, proiettato nella Competizione Free Spirit al Warsaw Film Festival, è Karl, un diciassettenne che sembra avere tutto quello che desidera: i suoi genitori sono benestanti, frequenta una buona scuola, e ha tutta l'intenzione di avere successo; che, poi, è quello che anche i suoi ambiziosi genitori vogliono di più per lui. Karl (Jonas Dassler) è carino, colto e ricco, eppure c'è qualcosa che non va. Il suo rapporto nei confronti del mondo, nonostante – o forse proprio per – la sua ingenuità adolescenziale, sembra risolversi in un disinvolto nichilismo: sul suo blog, seguito da innumerevoli follower in tutto il mondo, disseziona le stranezze del comportamento umano, esponendo senza scrupoli famiglia e amici ad esperimenti che dimostrino le sue posizioni.

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È difficile capire cosa sia o da dove venga questa angoscia esistenziale di Karl; ma mentre è quasi impossibile dire esattamente cosa lo turbi, si direbbe che in questo suo primo film, la regista tedesca  Langhof, stia sottilmente dipingendo la situazione difficile di questo ragazzo come la condizione sintomatica della gioventù del ricco mondo occidentale, che coinvolge tanto gli adolescenti quanto i giovani adulti. Da quando le strutture sociali tradizionali si sono in buona parte disintegrate, la definizione dell'identità poggia tutta sull'individuo. Nonostante a prima vista sembriamo tutti più liberi, siamo esposti con molta più facilità a forze che regolano le nostre vite in un modo assai più subdolo: anche se non ci sentiamo esplicitamente spinti a fare certe cose, tuttavia le facciamo. Il film è incentrato sui digital media, con i loro onnipresenti condizionamenti, i codici di condotta, le richieste e, soprattutto, il costante controllo risultante dalla raccolta di massicce quantità di dati degli utenti; ma la stessa logica potrebbe essere applicata a qualsiasi altro settore delle nostre vite, come il lavoro, i consumi e persino le relazioni interpersonali. In LOMO, Karl ha il potenziale per diventare il Patrick Bateman di Bret Easton Ellis del ventunesimo secolo, seppur in una versione più moderata e innocua; il mondo circostante è invaso da stimoli continui e di ogni genere, che lo conducono ad uno stato di intorpidimento emotivo e plasmano un essere umano che non ha empatia né alcun bisogno di contatto fisico.

Nel suo film, prodotto dalle società tedesche Lichtblick Film & TV Produktion e cine plus Filmproduktion, Langhof rappresenta brillantemente questo nuovo aspetto esperienziale della società anche a livello formale, e specialmente visivo. La realtà virtuale permea quella cinematografica: le immagini degli internauti, le parole che si scambiano, gli avatar di persone fisicamente presenti in aree geografiche disparate si sovrappongono, disturbando le immagini della vita quotidiana di Karl, della sua casa, del suo ambiente, delle strade in cui cammina. Lo stesso vale per il paesaggio sonoro, in cui i suoni del quotidiano e i dialoghi si confondono, e a volte sono oscurati dalle voci dei follower di Karl, che si esprimono in una moltitudine di lingue e dialetti, dal tedesco all'inglese ed altri ancora. Senza dubbio, LOMO – The Language of Others è un film stimolante e che si distingue; ma soprattutto è un film condizionato dal vissuto delle generazioni più giovani, che si manifesta con nuove forme e nuovi modi della narrazione cinematografica.

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(Tradotto dall'inglese)

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