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KARLOVY VARY 2018 East of the West

Recensione: Crystal Swan

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- KARLOVY VARY 2018: Il film d’esordio della filmmaker bielorussa Darya Zhuk è un lavoro solido e vitale che apre il concorso East of the West ed è anche il candidato bielorusso agli Academy Awards

Recensione: Crystal Swan
Alina Nasibullina in Crystal Swan

Se "fregarsene altamente" fosse uno sport olimpico, la Bielorussia potrebbe benissimo vincere la medaglia d'oro a giudicare dalla performance di Alina Nasibullina in Crystal Swan [+leggi anche:
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intervista: Darya Zhuk
scheda film
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. Il suo tour-de-force interpretativo della spensieratezza, della ribellione giovanile e – in definitiva – dell’ingenuità costituisce una buona parte dell'energia unica che scorre attraverso il film d'esordio di Darya Zhuk, un film che è allo stesso tempo un intelligente esame delle ambizioni individuali e una riflessiva esplorazione di un paese in mutamento.

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Nel film, che ha aperto la competizione East of the West al Karlovy Vary 2018 e sarà il candidato bielorusso per gli Academy Awards, Nasibullina interpreta Velya, una DJ che non vuole fare altro che trasferirsi negli Stati Uniti e diventare famosa in tutto il mondo. Nella Bielorussia post-sovietica degli anni '90, questo sogno è più realistico di quanto non sia mai stato prima, e Velya si ritrova a compilare una domanda di visto per gli Stati Uniti completa di un numero di telefono messo a caso. Ma quando scopre che il consolato progetta di telefonare a quel numero, Velya si ritrova in una piccola città industriale a dover aspettare la chiamata al telefono di una famiglia che non ha mai visto prima. Mentre la sua smania di libertà si scontra con la mentalità della piccola città di farsi gli affari propri, la vitalità di Velya rischia di vacillare.

Sin dall'inizio, Velya si distingue visivamente dal resto del suo ambiente – e dal grandioso grigiore dell'era sovietica – con capelli di un colore vivace e vestiti appariscenti. Ma anche la sua attitudine gioca un ruolo: è testarda, risoluta e non ha paura di essere scortese. Ma questa sicurezza di sé non si trasforma mai in arroganza ed è piuttosto il segno di qualcuno che cerca di vivere la vita appieno in una società che ancora non riesce a fare i conti con il fatto di avere la libertà a portata di mano.

Zhuk gioca con i tropi del realismo sociale, incorporando gli edifici grigi e i monumenti severi dell'era sovietica, ma li controbilancia costantemente con la presenza colorata di Velya e le sequenze di feste sotterranee.

C'è un grande elemento di satira nel film. L'eponimo Crystal Swan (lett. cigno di cristallo) è un pezzo di vetro prodotto nella fabbrica in cui si trova Velya – molto simile a Velya stessa, è qualcosa che sembra essere apprezzato di più fuori dal paese. Mentre cerca di vendere una giacca di Armani per racimolare soldi, ci viene mostrato un luogo dove le cose sono apprezzate per la loro "alterità". Ma è qui che il film mostra anche un pizzico di cautela: la libertà e un nuovo modo di vivere sono importanti, ma non bisogna dimenticare completamente il passato.

Già vincitore del Premio per il miglior work-in-progress internazionale al Black Nights Film Festival di Tallinn, l'anteprima mondiale di Crystal Swan nella competizione East of the West di Karlovy Vary dovrebbe suscitare interesse da parte dell'industria e del pubblico grazie a una brillante performance principale, la solida fotografia di Carolina Costa e l’audace regia di Zhuk. Il fatto che Zhuk in precedenza sia risultata popolare nel circuito del festival con cortometraggi selezionati al SXSW e a Palm Springs è di buon auspicio per le sue future iniziative.

Il film è prodotto dalla statunitense Turnstyle TV LLC e coprodotto dalla bielorussa Demarsh Films Minsk e dalle statunitensi Unfond Content, Fusion Features e Vice Media.

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(Tradotto dall'inglese)

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