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KARLOVY VARY 2018 Concorso documentari

Recensione: The Best Thing You Can Do With Your Life

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- KARLOVY VARY 2018: Zita Erffa intraprende un viaggio nel regno del cristianesimo ortodosso per comprendere meglio la scelta di suo fratello in un documentario di debutto intelligente e stimolante

Recensione: The Best Thing You Can Do With Your Life

Se è vero che alcuni film emergono da un’idea che spesso può essere troppo forte e quasi respingente, di sicuro questo sembra essere il caso del documentario di debutto della regista tedesca Zita Erffa, The Best Thing You Can Do With Your Life [+leggi anche:
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, presentato per la prima volta all’inizio di quest’anno nella sezione Perspektive Deutsches Kino della Berlinale, e ora proiettato nel Concorso documentari del 53esimo Festival di Karlovy Vary.

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Già dai primi minuti diventa chiaro che The Best Thing You Can Do With Your Life è destinato ad essere qualcosa di speciale, delineando le intenzioni di una sorta di progetto terapeutico della trentaduenne Zita nel tentativo di comprendere la scelta di suo fratello László a unirsi otto anni fa all’ordine ultraconservatore cattolico romano dei Legionari di Cristo. L’ordine è alquanto simile all’Opus Dei ed è stato fondato in Messico da Marcial Maciel nei primi anni 40 del XX secolo. Questa indagine sembra particolarmente interessante considerando che avevano stretto un patto per promettersi reciprocamente che non si sarebbero mai uniti a un simile istituto.

Il film funziona come una miscela tra un viaggio personale e introspettivo per Zita e un processo di apprendimento. In uno stile visivo molto interessante e descrittivo, la regista fa buon uso di immagini fisse e foto dall’album di famiglia, e persino di una procedura d’ipnosi con una signora messicana, per poi passare a sequenze più ampie e fluide quando entra nel campo dei Legionari (combinate a frasi leggermente superflue come “Questa è la reception della sala e questo è il quadro accanto alla sala”). Più tardi riuscirà persino a rompere la quarta parete mostrandosi con il microfono in mano mentre parla con il suo sempre sorridente fratello, più o meno allo stesso modo della rumena Adina Pintilie nel suo Orso d’oro Touch Me Not [+leggi anche:
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Durante tale processo, in cui una donna tenta di trovare risposte tra 80 sacerdoti, impariamo di più sulle motivazioni dei novizi e di come si tratti di un lungo processo, spesso iniziato dai loro genitori – e piuttosto spesso da quelli che appartengono a famiglie abbienti e aristocratiche (forse per questa ragione la regista ha deciso di disfarsi dell’aristocratico “Von” tra i suoi nomi, dato che per nascita è Zita Von Erffa). Ciò viene confermato da un “diplomato” della congregazione quando dichiara che preferiscono selezionare anime “vicine alle posizioni di leadership” affinché possano influenzare più persone – quelle giuste – “per diffondere il Vangelo”. Per inciso, l’abuso di minore commesso da Marcial Maciel per cui era stato condannato prima della sua morte nel 2008, dovrebbe anch’esso essere sapere comune, ma la regista consiglia Google a coloro che non ne sono a conoscenza.

Ci si potrebbe chiedere quindi: “Qual è davvero la cosa migliore che si può fare della propria vita?”. Alla fine c’è una sorta di chiusura in questa ricerca fraterna, in cui la regista acquisisce una migliore comprensione delle credenze di suo fratello ma anche la sua personale visione creativa. In tal senso, The Best Thing You Can Do With Your Life porta alla mente Ie difficoltà e le tribolazioni descritte nel film First Reformed di Paul Schrader. Certo, non è intenzione di Erffa addentrarsi in temi trascendentali così profondamente come Schrader ma, anche con una ricerca molto più terrena, la regista offre un film piuttosto completo e che appartiene meritatamente al Concorso documentari in un festival di serie A.

Dopo Berlino e Karlovy Vary è chiaro che questa coproduzione tra Germania (attraverso Petruvski Films) e Messico sarà un titolo forte nel circuito dei festival del documentario.

(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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