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DOK LEIPZIG 2018

Recensione: Architecture of Infinity

di 

- Il regista zurighese Christoph Schaub presenta il suo ultimo ed etereo documentario, una riflessione poetica sul concetto d’infinito

Qualche mese soltanto dall’uscita sugli schermi del Locarno Festival della sua commedia Amur senza fin [+leggi anche:
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, il regista zurighese Christoph Schaub cambia totalmente registro regalandoci Architecture of Infinity [+leggi anche:
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, una vera e propria poesia in immagini, presentato in prima mondiale al DOK Leipzig, nella Competizione Internazionale. Una capacità straordinaria di cambiare pelle, quella di Schaub, che dimostra quanto il cinema sia un materiale malleabile e mutevole, tanto brillante e dinamico quanto oscuro e meditativo. 

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Partendo dalla sua esperienza personale, il regista zurighese si tuffa nei ricordi della sua infanzia in modo quasi sinestetico. Incapace di partecipare al funerale di suo padre, morto quand’era ancora un ragazzino, per mantenere la promessa fattagli di non saltare nessun giorno di scuola, Christoph Schaub riflette sulle conseguenze della sua scelta. In cosa il raccoglimento attorno al corpo di un defunto può trasformare la nostra percezione della perdita, il dilatarsi del suo ricordo? Una riflessione che lo spinge ad immaginare l’edificio religioso come fosse lo scrigno nel quale è rinchiuso l’infinito, la vita e la morte. Un rifugio inteso come spazio chiuso che rende quasi palpabile l’immensità. Una cornice all’interno della cornice cinematografica che Christoph Schaub interroga grazie agli interventi di sei menti brillanti: il famoso architetto svizzero Peter Zümthor, i suoi colleghi Peter Märkli e Álvaro Siza Vieira, il musicista Jojo Mayer, e gli artisti Janes Turrell e Cristina Iglesias.

Ognuno di loro, come lo sta facendo ora il regista, si è confrontato con lo spazio sacro: la sua costruzione, la sua reinterpretazione, la scoperta di potenzialità (visive o sonore) inaspettate. Da quest’esperienza ognuno ne è uscito trasformato, non da un punto di vista spirituale ma piuttosto spaziale, dalla presa di coscienza, come lo riassume perfettamente James Turrell, che “il centro è ovunque e i limiti da nessuna parte”. Una definizione dell’infinito che lo spazio religioso sembra circoscrivere senza imprigionare, come un brivido che immediatamente scompare.

“Più che la religione cristiana è la chiesa in quanto spazio architettonico a toccarmi”, dice a questo proposito il famoso architetto svizzero Peter Zümthor all’inizio del film, come a marcare da subito il tono del documentario. Proprio come l’architettura, e la sua capacità di creare emozione attraverso la relazione di vari elementi, il documentario di Schaub ci tocca grazie al suo lento, quasi fluttuante concatenarsi di immagini (magnifico lavoro sulla fotografia e sul montaggio di Ramon Giger e Marina Wernli, rispettivamente). Parlando della pelle e il suo raggrinzirsi, il regista ci rimanda a un insieme di immagini oniriche di teli svolazzanti su immensi campi coltivati o ancora alla muffa sui muri delle chiese, destinate anche loro un giorno a scomparire. In modo quasi coreografico, l’immensa chiesa progettata da Álvaro Siza Vieira (Santa Maria di Canaveses), prende vita sotto l’occhio del regista: il portone si apre, le campane suonano e dal ventre dell’edificio sbucano i fedeli che si riversano sulla piazza.

Architecture of Infinity è un film delicato e ambizioso nel quale bisogna lasciarsi trascinare senza opporre resistenza, in uno stato di semi veglia. Le parole ci cullano senza diventare ridondanti e le immagini ci lasciano lo spazio necessario per sognare. Un equilibrio benvenuto che permette al film di non trasformarsi mai in trattato. Come un bambino lo spettatore è invitato a rimanere focalizzato sul suo mondo interiore dimenticando l’esterno che lo tormenta, creando insomma in compagnia del regista il suo proprio poetico infinito.

Architecture of Infinity è prodotto da Maximage, Schweizer Radio und Fernsehen e 3sat, e venduto all’estero dalla tedesca Magnetfilm.

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