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FILM Italia

Recensione: Il testimone invisibile

di 

- Il noir di Stefano Mordini con Riccardo Scamarcio e Miriam Leone è una sequenza di dialoghi e flashback che non creano la suspense necessaria al genere

Recensione: Il testimone invisibile
Riccardo Scamarcio e Miriam Leone in Il testimone invisibile

Nella sua celebre conversazione con François Truffaut, Alfred Hitchcock parlava della differenza tra sorpresa e suspense, e afferma che per dare 15 minuti di vera sospensione è indispensabile che il pubblico sia perfettamente informato di tutti gli elementi in gioco. Per il suo noir Il testimone invisibile [+leggi anche:
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, remake-calco dello spagnolo Contratiempo [+leggi anche:
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di Oriol Paulo, il regista Stefano Mordini e il cosceneggiatore Massimiliano Catoni devono aver preso alla lettera la raccomandazione del Maestro. Il film, prodotto da Warner Bros. Entertainment Italia e Picomedia e in uscita il 13 dicembre nelle sale italiane con Warner, è un susseguirsi di notizie, tracce, indizi, presupposti e supposizioni che vengono inanellati a favore dello spettatore, a cui è richiesta una concentrazione costante. La vera sfida non è a scoprire l’howdunit o il whodunit ma come non addormentarsi troppo in fretta.

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Riccardo Scamarcio, che era stato appassionato protagonista nel 2016 di un altro film di Mordini, Pericle il Nero [+leggi anche:
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intervista: Stefano Mordini
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, è Adriano Doria, imprenditore quarantenne premiato per il suo successo, che si risveglia in una camera d’hotel in montagna accanto ad un cadavere, come capita spesso nei thriller. Il corpo senza vita è della sua  giovane amante Laura (Miriam Leone, In guerra per amore [+leggi anche:
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), colpita alla testa da un oggetto metallico. La stanza è chiusa dall’interno (vedi “I delitti della Rue Morgue”, Edgar Allan Poe 1841), e quando arriva la polizia Adriano viene ovviamente accusato di omicidio, nonostante si dichiari innocente. Agli arresti domiciliari nel suo elegante appartamento, Adriano deve in poche ore preparare la strategia difensiva in vista dell’interrogatorio, assieme ad una specialista (e teorica del pensiero laterale) mandatagli dal suo avvocato, la penalista Virginia Ferrara (Maria Paiato).

Il film si sviluppa in una sequenza alternata di flashback e dialoghi tra Adriano e l’avvocato Ferrara, che per arrivare alla verità mette sempre più alle strette il giovane imprenditore. I riferimenti cinematografici più diretti sono Il caso Paradine di Hitchcock, Anatomia di un omicidio di Otto Preminger, La parola ai giurati di Sidney Lumet, I soliti sospetti di Bryan Singer, Una pura formalità di Giuseppe Tornatore. Da questi capolavori Il testimone invisibile non ricava però la lezione numero uno, cioè che creare suspense è mettere il pubblico nell’azione facendolo partecipe. E se “c’è qualcosa di più importante della logica, l’immaginazione” (sempre Hitchcock), è pur vero che lo spettatore non va tradito con ingredienti implausibili e di forzata non-logica in un gioco formale (vedi, solo per fare due esempi, la questione del furto dei dati bancari da parte di Laura o la coincidenza dell’accendino d’oro).

La sceneggiatura del Testimone invisibile è così lambiccata e artificiosa da mettere a disagio persino la performance degli attori. Non c’è riflessione velata sul male, sulle dinamiche dei rapporti umani o sul dispositivo di potere del denaro e il film rinuncia anche a quegli aspetti regionali che arricchiscono invece molta produzione letteraria noir italiana degli ultimi tempi (di grande successo) lasciando la responsabilità della geolocalizzazione alle meravigliose location del Trentino. E nemmeno ambisce a fare riferimento al genere del momento, il thriller scandinavo. Tratto dal romanzo della norvegese Karin Fossum, La ragazza del lago [+leggi anche:
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di Andrea Molaioli - giustamente premiato da pubblico e critica - spostava i fiordi sulle Alpi Carniche e utilizzava gli schemi narrativi del genere per raccontare la provincia italiana di oggi, con una attenzione costante al lavoro degli attori.

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