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FILM Italia

Recensione: Moschettieri del Re - La penultima missione

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- Il nuovo film di Giovanni Veronesi è una commedia in costume ispirato in chiave goliardica al secondo romanzo di Dumas con un cast eccellente in cui spicca Pierfrancesco Favino

Recensione: Moschettieri del Re - La penultima missione
Pierfrancesco Favino in Moschettieri del Re - La penultima missione

Tenta la carta della commedia in costume Giovanni Veronesi, dopo l’insuccesso al box office del precedente Non è un paese per giovani [+leggi anche:
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. Moschettieri del Re - La penultima missione [+leggi anche:
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, prodotto da Indiana e in uscita il 27 dicembre in Italia con Vision Distribution, è una sorta di sequel del secondo romanzo di Dumas sui famosissimi Moschettieri, intitolato Venti anni dopo, e si ispira ad alcuni film in costume che hanno fatto la storia della commedia all’italiana, come L’Armata Brancaleone, capolavoro di Mario Monicelli, e il cult Non ci resta che piangere della coppia Roberto Benigni - Massimo Troisi. Senza però la preoccupazione o la pretesa di replicare la farsesca e colta rilettura della Storia del primo né l’anarchica purezza comica del secondo. Il romanticismo alla base dei Moschettieri di Veronesi si stemperano in una comicità a volte grossolana e goliardica a cui il veterano regista toscano non sa mai sottrarsi. Ma in Moschettieri del Re - La penultima missione l’evidente divertimento dell’ottimo cast nel realizzare il film contagia facilmente il pubblico di tutte le fasce e arriva persino quella nota nostalgica voluta dal regista sul tempo che passa e l’amicizia.

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Veronesi ha coltivato l’idea di questo film sin dagli anni 80, quando vedeva nei panni degli eroi moschettieri quattro comici del momento come Francesco Nuti, Roberto Benigni, Massimo Troisi e Carlo Verdone. Oggi ha puntato invece su Pierfrancesco Favino (D’Artagnan), Valerio Mastandrea (Porthos), Rocco Papaleo (Athos) e Sergio Rubini (Aramis), spingendo in particolar modo sulla inedita potenzialità comica di Favino, capace anche di cavalcare e tirare di scherma. Il D’Artagnan di Favino è uno spensierato spaccone dal bizzarro e improbabile accento francese che si è ridotto ad allevare maiali e duellare con i mariti traditi, nonostante abbia “il gomito dello spadaccino”. Richiamato in azione (siamo nel 1650) dalla alcolizzata Regina Anna d’Austria (Margherita Buy) per salvare la Francia dalle trame ordite a Corte dal cospiratore Cardinal Mazzarino (Alessandro Haber) con la perfida Milady (Giulia Bevilacqua), D’Artagnan parte con il suo poco fido cavallo Zizou (come il campione di calcio Zidane) e raduna gli attempati e assai arrugginiti compagni d’avventure. Athos è un castellano bisessuale e lussurioso, devastato dalla sifilide, Aramis un frate indebitato e Porthos uno stralunato locandiere stonato dai suoi intrugli a base di laudano, oppio, lacrime di cinghiale e fiori morti. 

Aiutati nelle loro gesta da un incrollabile servo muto (Lele Vannoli) e dall’estroversa ancella della Regina, Olimpia (Matilde Gioli) che flirta con D’Artagnan (“il mio cuore è impegnato ma ho qualche altro organo libero” conferma lui), i nostri eroi cavalcano verso un porto segreto per salvare il giovanissimo e dissoluto Luigi XIV, il futuro Re Sole (Marco Todisco), e gli Ugonotti perseguitati dal sadico Mazzarino. Vietato pronunciare la fatidica frase “uno per tutti, tutti per uno” perché porta jella, e infatti i quattro sono vittime di continue imboscate, da cui escono incolumi grazie anche ai gadget alla James Bond forniti dalla Regina.

Le scene d’azione non sono sempre all’altezza di alcuni classici con i moschettieri protagonisti - da quello del 1921 con Douglas Fairbanks alla Maschera di ferro di Randall Wallace con Depardieu e DiCaprio del 1998 -, ma sono ineccepibili la fotografia di Tani Canevari, le meravigliose location in Lucania e il sontuoso costume creato da Alessandro Lai per Margherita Buy.

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