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FILM Regno Unito

Recensione: Amá

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- Il nuovo documentario della regista britannica Lorna Tucker tratta della sterilizzazione sistematica e non consensuale delle donne native americane da parte del governo degli Stati Uniti

Recensione: Amá

Il documentario d’esordio di Lorna Tucker Westwood: Punk, Icon, Activist [+leggi anche:
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, guarda all’interno del frivolo mondo della moda, trovando un punto di vista politico, allontanandosi dallo stile biografico per evidenziare le battaglie della stilista Vivienne Westwood che si è battuta per aumentare la consapevolezza della distruzione causata dai cambiamenti climatici. Quando, subito dopo la prima al Sundance, la Westwood ha denunciato pubblicamente il modo in cui la Tucker l’ha rappresentata, ciò è servito solamente a sottolineare il talento della cineasta. Come regista, la sua volontà era quella di raccontare la sua versione della storia, a modo suo, senza pensare troppo alle conseguenze. La regista britannica ha iniziato a girare Amá (la parola Navajo per dire mamma) nove anni fa (molto prima di iniziare il sopracitato film di debutto), e questa forte determinazione ad essere autentica ed essere fedele a ciò che testimonia è evidente quando la Tucker decide di investigare e mostrare la sterilizzazione non consensuale delle native americane in Nord America. Amá è stato proiettato ai DocDays a Londra. 

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La voce fuori campo della Tucker ci guida lungo una delle classiche, interminabili strade americane e ci fa ripensare a Wim Wenders e David Lynch, dando alla scena un tono serio. Ci annuncia che dieci anni prima aveva letto un’inchiesta che raccontava di centinaia di donne native americane sterilizzate senza il loro consenso, e decise di volerne sapere di più. E’ stato quasi impossibile trovare qualcuno disposto a parlarne, ma tutto è cambiato quando il suo viaggio l’ha portata in New Mexico, dove ha incontrato la 67enne indiana Navajo Jean Whitehorse. La testimonianza della signora Whitehorse è il cuore pulsante di Amá; lei ci racconta: “pensavo di essere l’unica” ad essere stata sterilizzata con la forza. Ci racconta della sua istruzione, del collegio nel quale agli studenti che parlavano nella loro lingua madre veniva letteralmente lavata la bocca con il sapone, e di quando firmò un pezzo di carta senza rendersi conto che si stava condannando a una vita senza figli. La Tucker non è solo una cineasta ma anche una combattente, che ha incoraggiato la Whitehorse ad andare a Green Bay, Wisconsin, dove la sua testimonianza è stata registrata in un’udienza. Le storie raccontate sono strazianti.

Durante il tentativo di scoprire di più su come una tale politica potesse essere stata implementata tra gli anni ‘60 e i ‘70, Tucker cerca di trovare il medico Reimert Ravenholt, il cui nome continua a saltare fuori nei verbali. E’ un’intervista schietta. Solo sentirlo parlare e ascoltare le credenze tossiche alle quali dà voce, dimostra come queste pratiche brutali siano potute diventare normali. Lorna, indignata dall’omertà che circonda la questione, arricchisce il suo lavoro con filmati d’archivio che danno credibilità alle testimonianze e alle interviste condotte dalla regista stessa, e contestualizza la storia dei nativi americani attraverso i movimenti per i diritti civili. 

Il documentario soffre di una camera ribelle, e l’opera risulta incostante, il che non ci sorprende, visto per quanto tempo il film è stato in produzione. L’argomento è importante, ma in termini di arte cinematografica, è un lavoro solido più che spettacolare. Tuttavia, se giudicato sull’intenzione di Tucker di attirare l’attenzione sulla pratica (l’ultimo caso documentato è del 2017) e incoraggiare le donne a farsi avanti, il film funziona a meraviglia. Infatti, fin dalla sua prima proiezione al Global Health Festival a Londra a dicembre 2018, più di 100 altre donne si sono fatte avanti.  

Amá è una produzione britannica prodotta da Raindog Films in associazione con Bedlam Productions, e distribuita nel Regno Unito da Dartmouth Films.

(Tradotto dall'inglese da Elisa Flammia)

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