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GÖTEBORG 2019

Recensione: Privacy of Wounds

di 

- Dalia Kury mette tre uomini siriani in una cella per tre giorni, nella speranza che rivelino delle verità sul tempo in cui erano prigionieri politici sotto il regime di Assad

Recensione: Privacy of Wounds

Proiettato nel Concorso documentari nordici al recente Göteborg Film Festival, Privacy of Wounds [+leggi anche:
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è l’ultimo film della premiata regista residente a Oslo Dalia Kury (Possessed by Djin, 2015). Privacy of Wounds è un documentario quasi di osservazione in cui tre uomini – Hasan, Mazen e Khaldoon – che sono stati prigionieri politici in varie occasioni durante l’attuale regime di Assad in Siria, sono riuniti in una finta cella per tre giorni. La cella è stata ricostruita nel centro di Oslo, e Kury, che è un quarto personaggio strumentale nel film, guarda cosa succede da una sala adiacente, comunicando con gli uomini tramite interfono e portando ai "prigionieri" il loro cibo.

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La situazione non è un tentativo di ricostruzione alla maniera del film di Raed Andoni Ghost Hunting [+leggi anche:
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, vincitore del titolo di miglior documentario a Berlino nel 2017, o di U - July 22 [+leggi anche:
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intervista: Erik Poppe
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di Erik Poppe. Nel film di Andoni, gli uomini palestinesi mettevano in scena le torture e le umiliazioni subite dai loro occupanti israeliani nell’infame carcere di Moscobiya a Gerusalemme Ovest, mentre Poppe usava vere vittime nella sua ricostruzione one-shot. L'obiettivo più semplice di Kury è quello di creare una situazione in cui gli ex prigionieri politici possano parlarsi a modo loro. Crede che la storia siriana, raccontata attraverso il filtro dei media, in particolare dai giornalisti occidentali, sia diversa dal modo in cui questi uomini descrivono le loro esperienze tra loro. Vuole restituire le sfumature e la qualità di ciò che si dicono in privato sul grande schermo. Il suo obiettivo secondario è scoprire cosa abbia permesso a questi uomini non solo di sopravvivere al trauma, ma anche di prosperare nelle loro nuove case in tutta Europa.

La regista non ci riesce del tutto. Anche se è evidente che il tono della conversazione, l'umorismo e il legame fra loro conferiscono una sfumatura particolare alla discussione, e il modo in cui parlano è più emotivo del resoconto degli incidenti visti al telegiornale, i tre uomini sembrano così consapevoli dell'artificio della situazione e delle videocamere che è difficile determinare se sono veramente se stessi oppure recitano. Questa visione sembrerebbe cinica, se non fosse per il fatto che anche la posizione di Kury nel film è discutibile. È onnipresente, guarda gli uomini sugli schermi da una stanza accanto, distribuisce il loro cibo e parla con loro tramite interfono, a un certo punto addirittura li induce ad aspettare prima di parlare della tortura. I tre uomini sono sempre coscienti del suo sguardo. È anche difficile avere una cognizione del tempo, ma la decisione di Kury di tagliare il film a 70 minuti, dai tre giorni di riprese che ha realizzato, sembra essere saggia, dato che gran parte di questo film è composta da tre uomini che parlano in una stanza di eventi che non vediamo.

Alla fine, la cosa più sorprendente e ricca del film sono le personalità risolute di questi tre uomini molto diversi, tutti con le loro storie uniche da raccontare, ma uniti nella loro capacità di non lasciarsi definire dalla loro prigionia e dalle torture.

Privacy of Wounds è prodotto da Jonathan Borge Lie per la norvegese UpNorth Film (che gestisce anche le vendite internazionali), in coproduzione con la francese Cinéphage.

(Tradotto dall'inglese)

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