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BERLINO 2019 Forum

Recensione: Heimat Is a Space in Time

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- BERLINO 2019: L'ultimo documentario di Thomas Heise combina magistralmente un materiale molto vario ed esplora il modo in cui la vita e la storia si relazionano tra loro

Recensione: Heimat Is a Space in Time

Un tema scolastico sulla guerra, immagini di un’autostrada distrutta, lettere d’amore lette ad alta voce, campi di lavoro, disegni infantili e fotografie: tutto ciò confluisce nell’ultimo film del regista tedesco Thomas Heise. Un collage di documenti dal suo archivio personale e una serie di riprese in bianco e nero di paesaggi e luoghi a cui si riferiscono, il nuovo documentario di Heise, Heimat Is a Space in Time [+leggi anche:
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, la cui anteprima mondiale si è tenuta al Forum del 69° Festival di Berlino, unisce accuratamente le vicende di tre generazioni della sua famiglia – eventi che riflettono oltre un secolo di storia tedesca.

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Esaminando il modo in cui vita privata e storia si intrecciano, Heimat si serve principalmente di fotografie, lettere ed estratti di diari (letti dalla voce fuori campo del regista). I documenti, presentati sullo schermo in ordine cronologico, non sono mai commentati direttamente dalla voce narrante. Ciononostante, attraverso l’accostamento delle varie testimonianze, la sequenza in cui sono mostrate e l’elusione di determinati luoghi, emerge a grandi linee il contesto generale. Lo spettatore, costretto a contribuire attivamente per colmare le lacune, si trova a dover riflettere sui collegamenti non esplicitati riguardo alla continuazione delle relazioni amorose descritte e ad identificare, tra le persone presenti nelle fotografie, i mittenti delle lettere.

Le testimonianze di accadimenti della vita quotidiana si intrecciano perfettamente con i dettagli della cronaca del tempo. La corrispondenza mostrata nel film attraversa oltre cento anni, partendo dalla Prima guerra mondiale, proseguendo nel periodo nazista della Germania dell’Est, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri. Le lettere parlano di primi amori, separazioni, deportazioni e della crescita di un figlio. Unendo i tasselli di informazioni, apprendiamo che il nonno di Heise, Wilhelm, sposò la scultrice ebrea di origini viennesi Edith Hirschhorn, che raggiunse il marito a Berlino. I genitori di quest’ultima, non volendo abbandonare l’Austria, furono deportati nel 1942. Il padre del regista, Wolfgang, si trovò nel campo di lavoro di Zerbst e la madre Rosemarie crebbe nella decimata Dresden; lo stesso Thomas nacque nella Berlino Est.

Heise contrappone vagamente i documenti provenienti dalla propria raccolta ad alcune immagini in bianco e nero dei luoghi menzionati dai protagonisti, nelle sembianze che hanno attualmente. Vediamo una banchina della stazione Ostkreuz di Berlino, il campo di lavoro di Zerbst e le scale che conducono alla fermata della metro Schönhauser Allee. Vienna viene rappresentata solo tramite delle riprese eseguite all’interno di un tram in corsa, attraverso un finestrino bagnato dalla pioggia. Heimat… ci mostra, però, anche le ombre proiettate dai mulini a vento sugli alberi e i mucchi di rami e terra (probabilmente la concretizzazione visuale del tentativo di Heise di comprendere la storia partendo da ciò che fisicamente rimane di essa) e tutta una serie di sentieri interrotti: l’asfalto rovinato dell’autostrada e i binari che si allontanano e poi si incrociano nuovamente, proprio come le persone di cui abbiamo visto e ascoltato le lettere. 

Un film monumentale, a giudicare dalla sua composizione, dall’ampio spettro di tematiche e dalla durata (quasi quattro ore); lodevole è il fatto che Heimat Is a Space in Time eviti di presentare la storia come una vicenda a tutto tondo, invitando così lo spettatore a considerare la concatenazione di eventi. 

Il film è stato prodotto da Ma.ja.de. Filmproduktion (Germania) e Navigator Film (Austria). Le vendite mondiali sono gestite da Deckert Distribution.

(Tradotto dall'inglese da Laura Comand)

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