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Recensione: Diabolik sono io

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- Evento speciale nei cinema italiani dall’11 al 13 marzo, il docufilm di Giancarlo Soldi è incentrato sulla misteriosa scomparsa del disegnatore che per primo diede un volto all’eroe del fumetto

Recensione: Diabolik sono io
Luciano Scarpa in Diabolik sono io

Colui che per primo diede un volto a Diabolik, l’eroe del celebre fumetto nato nel 1962 dalla fantasia delle sorelle Angela e Luciana Giussani, un volto suo, di fatto, non ce l’ha. La figura del disegnatore del primissimo albo di Diabolik (intitolato Il Re del Terrore) è infatti circondata da un fitto mistero, un po’ come quello che caratterizza la sua creatura in calzamaglia nera. È in un gioco di specchi che ci trasporta quindi Giancarlo Soldi con il suo accattivante docufilm Diabolik sono io, in cui tra realtà e fantasia, filmati d’archivio, interviste e ricostruzioni immaginarie, l’autore si diverte a ipotizzare che fine possa aver fatto quell’Angelo Zarcone, che dopo aver consegnato le tavole del primo numero di quello che diventerà il caposcuola del fumetto nero italiano, sparì letteralmente nel nulla.

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Lo chiamavano “il tedesco” per la carnagione chiara, i capelli biondi e per quei sandali che portava ai piedi (con calzini), ma in pochi lo hanno conosciuto personalmente. Non aveva un domicilio, né un telefono: era solito passare in redazione a consegnare i disegni e a riscuotere il suo compenso, fino al giorno in cui si sono perse definitivamente le sue tracce. Due investigatori privati sono stati assoldati nel corso degli anni per rintracciarlo, senza successo. Così Soldi, grande appassionato di fumetti (anni fa diresse il film Nero, scritto con Tiziano Sclavi, l’autore di Dylan Dog) e coadiuvato in scrittura da Mario Gomboli (oggi responsabile assoluto della testata Diabolik che tuttora conta tre milioni e mezzo di copie distribuite all’anno), immagina uno Zarcone smemorato (interpretato da un efficace, e “diaboliko”, Luciano Scarpa), catapultato ai giorni nostri, che vaga per la città di Milano in cerca d’identità, ossessionato da quel paio di occhi incorniciati da una maschera nera che ritrova disegnati nel suo taccuino, e da quel nome che gli risuona nella testa: Diabolik, Diabolik…

A questa parte di fiction si accompagna una nutrita parte documentale che ripercorre la storia del personaggio di Diabolik, e ne traccia una sorta di identikit (un uomo perennemente in fuga, un killer spietato, non per cattiveria bensì per praticità, innamorato profondamente della sua Eva), attraverso interviste a esperti e appassionati, tra cui il disegnatore Milo Manara, il re del noir Carlo Lucarelli e i registi Antonio e Marco Manetti, che proprio su Diabolik stanno preparando il loro prossimo film. Ma il vero gioiello del doc sono i vecchi filmati delle sorelle Giussani riemersi dalle Teche Rai, dove vediamo le due eleganti signore della Milano bene disquisire davanti a una tazza di tè – con un sorriso e una grazia rare – di uccisioni, furti e inseguimenti, le sentiamo difendere la loro creatura quando viene tacciata nei tribunali italiani di corruzione di minori e incitamento a delinquere, e le osserviamo al lavoro nel loro studio, “imprenditrici visionarie” secondo Soldi che le ha conosciute e a lungo frequentate quando era un giovane filmmaker, creatrici di un immaginario intrigante, insolito e sorprendente se si considera che è frutto della mente di due docili signore. Oltretutto, l’intera redazione di Diabolik era formata da sole donne: una delle tante curiosità che offre questo documentario, fonte di preziose informazioni per chi non frequenta l’universo di Diabolik, ma divertente anche per chi lo conosce bene, ne è appassionato e può fantasticare insieme agli autori sul destino di quel primo, enigmatico disegnatore del Re del Terrore.

Prodotto da Anthos Produzioni con Rai Cinema in collaborazione con Astorina, editore di Diabolik, e realizzato con il sostegno del MiBACDiabolik sono io sarà in 250 cinema italiani dall’11 al 13 marzo, con Nexo Digital. Le belle musiche sono firmate da Teho Teardo.

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