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BERGAMO 2019

Recensione: My Heart Belongs to Daddy

di 

- Il documentario dell’esordiente norvegese Sofia Haugan è un intimo tuffo nella relazione tra un padre tossicodipendente e la figlia, girato con calore e umorismo

Recensione: My Heart Belongs to Daddy

C’è una tendenza che va accentuandosi negli anni tra i giovani documentaristi europei a raccontare sempre più se stessi, una realtà che non va cercata lontano ma spesso nell’ambito familiare. Alcuni riescono a tirarne fuori delle storie interessanti per gli spettatori, altri meno. Sofia Haugan c’è riuscita con My Heart Belongs to Daddy [+leggi anche:
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, menzione speciale per il Miglior Documentario Nordico al Göteborg Film Festival, che noi abbiamo visto al Bergamo Film Meeting. Un film che sarebbe riduttivo definire “privato”. Røverdatter, questo il titolo originale in norvegese, è un tuffo in quanto c’è di più intimo, cioè la relazione con un genitore, che la giovane esordiente ha potuto compiere grazie ai produttori di Indie Film, società con una lunga esperienza nella realizzazione di documentari personali. 

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Come spesso accade, il documentario è la prosecuzione di un cortometraggio precedente, in questo caso si tratta di A Little About My Dad (2012), selezionato in molti festival europei. All’epoca Sofia Haugan sta frequentando il Nordic Institute of Stage and Studio (NISS) di Oslo, l’esame finale si avvicina quando suo padre, Kjell Magne Haugan, la chiama dal carcere e le propone di fare il cortometraggio di diploma su se stesso. Kjell è un criminale tossicodipendente. Non si vedono da molto tempo. Quando Sofia aveva 10 anni, lei e sua madre si sono trasferite dalla casa di famiglia a Grefsen a un indirizzo segreto in un luogo fuori Oslo. La madre vuole proteggere sua figlia dal padre, che sta lottando con l'abuso di sostanze ed è coinvolto in affari criminali. Quando si rivedono brevemente per il funerale della nonna di Sofia, lui le porta un regalo per il suo compleanno che appena passato: una radio, chiaramente rubata da un’automobile. 

E’ con questo genere di humour nero che la regista ritrae il padre e se stessa in My Heart Belongs to Daddy. Quest’uomo che ha speso più tempo in carcere che fuori, alcolista già a 14 anni, adesso ha una duplice battaglia da affrontare: la disintossicazione e la riparazione di ferite familiari ancora aperte, la ricostruzioni di relazioni spezzate. Per Sofia aiutare questo padre totalmente inaffidabile di 54 anni non è semplice. Molte scene del film sono drammatiche, come la lunga sequenza in cui lui si inietta dell’anfetamina in vena. “Perché hai bisogno di uno speed ora?” gli chiede. “Perché domani comincio il programma, ho bisogno di qualcosa dalla quale disintossicarmi domani”. L’umorismo emerge anche nei momenti più desolanti, in questo processo di avvicinamento. 

All'inizio, l'obiettivo era di seguire per un anno il padre attraverso la disintossicazione, il trattamento e la riabilitazione per una nuova vita, ma queste cose sono più complicate di quanto si immagina. Dietro la relazione padre-figlia, fatta di calore, delusioni e speranza, sempre in primo piano, si intravedono i complicati e intransigenti processi applicativi e burocratici dietro ai servizi di assistenza del sistema di welfare norvegese (il NAV).  Anche seKjell Magne non è dipinto come una vittima, anzi. Nel corso dei successivi tre anni, sono state registrate oltre 200 ore di materiale, ridotto a 83 minuti finali (il montaggio è di Christoffer Heie, mentre il direttore della fotografia è Magnus Tombre Bøhn). Ci sono anche parti registrate dallo stesso Kjell Magne. Il risultato è una storia realistica e coinvolgente, senza ombra di sentimentalismo, raccontata per sanare il passato e costruire nuove identità. 

Prodotto da Indie Film con Momento Films, con il supporto di NFI, Fond for lyd og bilde e SFI, il documentario è distribuito a livello internazionale da Taskovski Films.

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