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KARLOVY VARY 2019 Concorso

Recensione: Monsoon

di 

- Il regista-sceneggiatore Hong Khaou racconta una storia di alienazione, sradicamento e amore in Vietnam

Recensione: Monsoon
Parker Sawyers e Henry Golding in Monsoon

Il regista britannico Hong Khaou coglie il senso di sradicamento che proviene dal crescere in un paese lontano dal proprio luogo di nascita (o, in realtà, di nascita dei genitori immigrati) in Monsoon [+leggi anche:
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intervista: Hong Khaou
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, una storia di alienazione a combustione lenta che ha avuto la sua prima mondiale in concorso ufficiale al Karlovy Vary International Film Festival. Il festival ceco ospitò anche l'amatissimo film di debutto di Khaou, Lilting [+leggi anche:
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, nel 2014. I fan del cinema lento troveranno molto da ammirare nel modo in cui il ritmo del film cattura il tumulto emotivo che si verifica all'interno della testa di Kit (uno sfumato Henry Golding) al suo ritorno in Vietnam circa tre decenni dopo che la sua famiglia ha lasciato il paese quando lui aveva 6 anni.

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Il dramma trae profitto dalla visione profonda e dalle sfumature generate dall'esperienza personale del regista. Cambogiano-cinese di nascita, la famiglia di Khaou è fuggita dai Khmer rossi in Cambogia quando era piccolo. Ha poi vissuto in Vietnam fino all'età di otto anni quando la famiglia è poi scappata in Inghilterra come "boat people" dopo la riunificazione. Kit arriva a Ho Chi Minh City con l'intenzione di spargere le ceneri dei suoi genitori; ma dove spargerle? Per aiutarlo a trovare la risposta, Kit fa visita a suo cugino Lee (David Tran) che funge da guida per Kit sia nel presente che nel suo passato.

La sapienza di Khaou nel mostrare la storia vietnamita prevale anche quando Kit scorre il dito su un'app di appuntamenti. Incontra Lewis (Parker Sawyers), uno stilista di moda che spiega di aver definito il suo marchio ‘curva’ “perché non è dritto"; la reazione di Kit nel sentire ciò è impagabile. Lewis è un afroamericano che ha un legame con il paese, avendo suo padre combattuto nella guerra del Vietnam. È qui che l'immobilità di Monsoon è particolarmente efficace: un contrappunto alla solita rappresentazione del Vietnam al cinema come luogo di morte e distruzione, ad esempio in classici intramontabili come il vincitore della Palma d'Oro Apocalypse Now e il premio Oscar Platoon. Qui, c'è una riflessione e una consapevolezza che la storia di un paese non inizia e finisce quando gli americani vanno e vengono. Sia Kit che Lewis cercano di capire il proprio passato e superare il proprio senso di sradicamento.

Anche il Vietnam sta cambiando. Kit non riconosce il posto che ha lasciato, e non perché fosse molto giovane quando salì sulla barca. È una città moderna che guarda al futuro, ma ancora con le sue tradizioni. Lewis presenta Kit alla studentessa d'arte Linh (Molly Harris), che incontra poi ad Hanoi, dove lei lo introduce all'arte morente della profumazione manuale del tè Lotus. Un'altra contraddizione per Kit da mandare giù: la modernizzazione è sempre orientata verso un futuro migliore? È per questo che Khaou ha optato per uno stile e un ritmo più assimilabili a Yasujirō Ozu che a Francis Ford Coppola? Come nello slow cinema migliore, il ritmo glaciale sembra suggerire che non stia accadendo nulla, quando in realtà è vero il contrario. Monsoon ha un gusto tutto suo, alieno dallo stile e dal ritmo di montaggio della maggior parte dei film britannici, ma per chi vuole lasciarsi andare a questo mash-up culturale, riserva grandi soddisfazioni.

Prodotto nel Regno Unito da BBC Films e BFI in associazione con Sharp House e Moonspun Films, Monsoon è venduto nel mondo da Protagonist Pictures.

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(Tradotto dall'inglese)

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