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SARAJEVO 2019 Concorso

Recensione: Open Door

di 

- Il primo lungometraggio del cineasta albanese Florenc Papas è un road movie su piccola scala con protagoniste due sorelle in una società profondamente patriarcale

Recensione: Open Door
Jonida Vokshi e Sotiraq Bratko in Open Door

Il giovane regista albanese Florenc Papas ha presentato in anteprima mondiale il suo primo lungometraggio, Open Door [+leggi anche:
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scheda film
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, in concorso al 25° Sarajevo Film Festival. Nel suo road movie decisamente su piccola scala con protagoniste due sorelle in una società profondamente patriarcale, Papas trasforma i difetti di budget in vantaggi, soprattutto grazie a performance eccellenti e a un concept audiovisivo a tutto tondo.

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Quando incontriamo la sorella maggiore, Rudina (Luli Bitri), sulla quarantina, è sovraccarica di responsabilità: oltre a lavorare come sarta in una fabbrica locale, si prende cura dei suoi vecchi suoceri, mentre il marito esigente lavora all'estero e si vedono solo una volta all'anno. La donna alleva anche da sola il loro figlioletto, Orion.

Rudina aspetta che sua sorella Elma (Jonida Vokshi) torni dall'Italia, dove vive e lavora, in modo che possano andare a trovare il padre nel loro villaggio natale, in occasione dell'anniversario della morte della madre. Ma quando Elma arriva con il traghetto da Bari, Rudina è scioccata nel vedere che è incinta.

Il primo pensiero che attraversa la mente di Rudina quando vede il ventre di sua sorella è qualcosa del tipo "Ci mancava solo questa". Sarà sicuramente un problema per il vecchio capofamiglia vedere che sua figlia non sposata aspetta un bambino, ma come spesso accade nelle società patriarcali, anche se sono gli uomini a decidere, sono le donne che devono fare il grosso del lavoro. I bisogni di tutta la famiglia allargata ricadono sulle spalle di Rudina, e non c'è da meravigliarsi che sia terribilmente irritata e infuriata da ciò che percepisce come l'irresponsabilità e l'egoismo di sua sorella.

Ed Elma sembra davvero essere una giovane donna ingenua, spesso a malapena consapevole di sé, quando suggerisce che Rudina potrebbe aiutarla a trovare un lavoro. Per qualche ragione, Elma sembra credere che la sua conoscenza della lingua italiana possa essere un vantaggio per la posizione di sarta. O almeno questa manifesta propensione al lavoro potrebbe essere un argomento a favore della sua serietà.

Le due donne e Orion si mettono in viaggio ed escogitano il piano di arruolare un vecchio amico di Elma per interpretare il marito durante la loro visita. Inutile dire che le possibilità che questo piano proceda senza intoppi sarebbero scarse già nella vita reale, figuriamoci in un film...

L'idea forte di Papas sta nell'interazione tra le due attrici, i cui personaggi toccano tutte le sfumature di una relazione così profonda. Nonostante la rabbia di Rudina, Elma è ancora la sua sorellina, e ci sono un paio di bei momenti che descrivono il loro legame – soprattutto la scena in cui condividono il momento in cui il bambino di Elma inizia a scalciare.

L'aspetto sociale della società patriarcale di un paese povero in transizione è inconfondibile, ma Papas non lo forza oltre le esigenze di sceneggiatura, che è assolutamente essenziale.

Il DoP kosovaro Sevdije Kastrati (The Marriage [+leggi anche:
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]
) utilizza in modo eccellente le aspre e belle vedute montuose dell'Albania rurale mentre la piccola Ford di Rudina serpeggia lungo le strade irregolari. Negli interni (in particolare l'auto), la tavolozza dei colori tende verso il bluastro e il grigiastro, cui si abbinano l'erba essiccata desaturata e il terreno roccioso.

Open Door è una coproduzione tra l’albanese Bunker Film, la kosovara Circle Production, l’italiana Lupin Film e la macedone Award Film & Video. La tedesca Patra Spanou detiene i diritti internazionali.

(Tradotto dall'inglese)

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