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VENEZIA 2019 Biennale College Cinema

Recensione: The End of Love

di 

- VENEZIA 2019: Keren Ben Rafael firma un audace film concettuale sulla comunicazione su Skype e su una contrastata storia d'amore tra Judith Chemla e Arieh Worthalter

Recensione: The End of Love
Judith Chemla e Arieh Worthalter in The End of Love

Genitori a letto che si danno piacere a vicenda quando vengono interrotti da un neonato che li fa alzare con i suoi pianti. Classica scena di vita di una giovane coppia? Esatto, ma la regista israeliana Keren Ben Rafael dona a questo episodio – che apre The End of Love [+leggi anche:
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, il suo secondo lungometraggio (a seguito di Virgins [+leggi anche:
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che l’anno scorso ha vinto il premio per Migliore Attrice al Tribeca), svelato al Biennale College Cinema della 76esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia — un’angolazione completamente originale, in cui i due amanti si rivelano essere in due Paesi diversi a stimolarsi reciprocamente via Skype.

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“Chiamerò ogni giorno e sarà come se non fossi mai partito. La mattina mi sveglierò con te”. Yuval (l’attore belga Arieh Worthalter) è tornato in Israele a Tel Aviv, per due settimane, a rinnovare il permesso di soggiorno per vivere in Francia con Julie (Judith Chemla) e il loro figlio Lenny, che non ha ancora un anno. Tuttavia, le procedure amministrative si dimostrano più complicate di quanto previsto e Yuval dovrà aspettare almeno un mese. Audio e video Skype sono quindi l’unico modo per mantenere la connessione nel frattempo, e si moltiplicano. Film spensierato all’inizio (una serenata con la chitarra, giochetti tra amanti e finta gelosia, scherzi e risate, etc.), poi diventa un po’ più teso (rimproveri su questioni relative all’educazione, l’esaurimento di Julie che si prende cura da sola del bambino mentre persegue la propria carriera e le resta poco tempo per rilassarsi). I loro cari entrano regolarmente nel campo visivo della videocamera a proprio piacimento (la famiglia e gli amici israeliani di Yuval, la madre di Julie – interpretata da Noémie Lvovsky – la babysitter di Lenny, etc.). Con il passare del tempo aumenta la separazione all’interno della coppia, le incomprensioni prendono piede, la comunicazione si riduce, le discussioni si fanno più grandi e iniziano a emergere domande più pesanti: Yuval vuole veramente vivere in Francia (dove la sua carriera di fotografo non sembra avere futuro) e dire addio al suo stile di vita festaiolo? (“Non vuoi sentirgli dire papà? Non ti interessa? Un giorno ti darà del lei e non ne sarai felice”). L’amore sopravviverà alla distanza geografica?

Prodotto con un budget limitato di #150.000, come detta il regolamento del Biennale College Cinema, The End of Love dimostra molta creatività (il copione è scritto dalla regista insieme a Élise Benroubi) nel modo in cui mantiene la presa sull’idea audace (solo chiamate Skype) che avrebbe potuto facilmente crollare. Offrendo ai due protagonisti ruoli delicati, che interpretano con talento e carisma, e con l’incremento di piccole varianti sia visive (sebbene abbiano inevitabilmente una qualità leggermente ripetitiva) che narrative, il film si rivela essere un’esperienza interessante di messa in scena, che nella sua veste minimalista affronta molti temi di dibattito legati alla modernità (la facilità di comunicazione attraverso la tecnologia e i suoi limiti, le differenze culturali, il bilinguismo, la responsabilità e le decisioni riguardanti l’educazione di un figlio, la vita professionale e privata). Ma di certo anche l’amore, che agisce come una sorta di camera d’eco per tutte le problematiche relativa alla presenza e alla distanza.

Prodotto dalla società parigina Palikao Films, The End of Love è venduto a livello internazionale dalla società belga Be For Films.

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(Tradotto da Gilda Dina)

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