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VENEZIA 2019 Settimana Internazionale della Critica

Recensione: All This Victory

di 

- VENEZIA 2019: Il debutto narrativo di Ahmad Ghossein è un film ambientato in un'unica location che guarda alla psicologia della guerra

Recensione: All This Victory
Karam Ghossein (in primo piano) in All This Victory

Ahmad Ghossein, meglio conosciuto per i suoi documentari e come video artist, ha esordito con il suo primo lungometraggio, All This Victory [+leggi anche:
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scheda film
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, in occasione della 34esima edizione della Settimana Internazionale della Critica alla Biennale del Cinema di Venezia. Con questo film, il regista ha scelto di romanzare un episodio avvenuto durante l’invasione israeliana del Libano nel 2006.

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Ghossein aveva sentito il racconto di cinque persone impossibilitate a lasciare casa nel piccolo insediamento di Froun (nel Wadi Al Hujair, Libano meridionale), il villaggio di suo madre. Nel tentativo di proteggersi dalla campagna massiva di bombardamenti israeliani, i cinque restarono intrappolati nell’appartamento sotterraneo della casa per diversi giorni, mentre dei soldati israeliani occuparono il piano superiore dell’edificio, inconsapevoli della presenza degli altri di sotto.

L’azione si svolge tutta nell’arco di tre giorni, in un’unica location. Ghossein è evidentemente limitato dal budget, e di tanto in tanto il film può risultare carente nello stile visivo. Tuttavia, riesce a rimediare ad alcuni dei difetti visivi, e a una recitazione disomogenea, con la qualità del design sonoro.

Il suono è l’elemento più cruciale del film, dato che i soldati israeliani non si vedono mai sullo schermo: si sentono e basta. I personaggi al piano di sotto reagiscono ai rumori delle assi del pavimento scricchiolanti, e non capiscono del tutto le conversazioni in ebraico. Non smettono mai di parlare degli israeliani. Sono in stato d’ansia perenne.

Le persone che si nascondono al piano di sotto non si conoscevano tutte prima degli eventi narrati. La storia è raccontata dalla prospettiva di Marwan (Karam Ghossein, il fratello del regista), che era fuori alla ricerca di suo padre quando il cessate il fuoco venne interrotto, costringendolo a cercare riparo in una casa occupata da due amici del padre (Adel Chahine e Boutros Rouhana).

Il film ha un bell’impianto, ma è insoddisfacente in termini di informazioni che impartisce sull’invasione israeliana del Libano nel 2006. La televisione in casa è usata per fornire dettagli su ciò che succede all’esterno, come le bombe che esplodono in aeroporto, ma non fornisce una grande analisi di ciò che accade. I personaggi sono lasciati all’oscuro, ma così, sfortunatamente, lo è anche lo spettatore. Il film parla di cosa succede realmente quando si ha paura dei vicini, e del tributo psicologico che la situazione richiede. Quando il bagno al piano inferiore si ostruisce, non è altro che una metafora della relazione di potere, e dei rispettivi stili di vita, tra israeliani e libanesi. Anche il fatto che i soldati siano al piano superiore e i civili a quello inferiore è simbolico.

I due gruppi si sforzano di comunicare. Da una parte gli israeliani non sanno nemmeno che ci siano gli altri, mentre dall’altra, tra i libanesi, solo uno di loro riesce a capire l’ebraico ma fa fatica a sentire cosa si dicano i soldati. Dal gran fracasso che si sente arrivare da fuori si percepisce la presenza di elicotteri che volano sopra la casa – non stupisce che i personaggi libanesi siano sotto stress psicologico. Il limite dei film a una sola location è che possono risultare inscenati, e per funzionare hanno bisogno di tutte le componenti del film: gli effetti visivi, il suono e la recitazione. Qui non è sempre così, ed è un peccato, perché il focus sugli aspetti mentali del conflitto è un’idea particolarmente raffinata.

All This Victory è una produzione franco-libanese-qatariota messa in scena da Abbout Productions, con MPM Film come coproduttore. Le vendite internazionali sono gestite da WTFilms.

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(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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