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VENEZIA 2019 Settimana Internazionale della Critica

Recensione: Psychosia

di 

- VENEZIA 2019: Il film d'esordio della danese Marie Grahtø, ambientato in manicomio, è una scatola di Lego piena di contorti armamentari cinematografici

Recensione: Psychosia

“Voglio che sia tu a curarla in questo reparto. Solo Jenny.”
“Non ho esperienza pratica in psichiatria.”
“Conosco la tua ricerca. Se volessimo essere melodrammatici, si potrebbe dire che tu riesci dove gli altri falliscono”

Più o meno dalla prima sequenza del suo convinto film d’esordio, la regista danese Marie Grahtø rende chiarissimo che tipo di viaggio si sta intraprendendo. La protagonista principale di Psychosia [+leggi anche:
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– titolo adeguato –, proiettato nella sezione Settimana Internazionale della Critica alla Biennale del Cinema di Venezia di quest’anno, è Viktoria, una psicanalista autodidatta che si occupa di suicidi (la svedese Lisa Carlehed, che passa istantaneamente al danese senza alcuno sforzo); e poi c’è Jenny (Victoria Carmen Sonne, conosciuta per Holiday [+leggi anche:
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, che consolida la sua posizione di it-girl europea sullo schermo). La dott.ssa Klein, direttrice del reparto psichiatrico (la resistente Trine Dyrholm), affida all’eccentrica ma potenzialmente brillante esperta una giovane paziente indomita, che sin dall’infanzia ha “navigato da sola nel mondo” e vede l’ospedale come la sua casa. Questo, assolutamente, deve cambiare.

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La coscienziosa e disciplinata Viktoria viene introdotta nella struttura (il film è stato girato al Sankt Hans Hospital di Roskilde, un autentico ex manicomio che qui diventa un vero e proprio personaggio senza tempo, grazie soprattutto alla suggestiva lente della direttrice della fotografia Catherine Pattinama Coleman) ed è decisa ad assumersi la sfida che le si pone davanti. Jenny, un osso duro, si crogiola in una serie di movenze provocatorie, alcune dalle sfumature più o meno sessuali, mettendo severamente alla prova la predisposizione moralistica di Viktoria. Riuscirà la psicanalista a costruire un legame di fiducia? Oppure Jenny riuscirà, volontariamente o spontaneamente, ad ammaliare la mente brillante di Viktoria, attirandola sempre più a fondo in questi tunnel di sgomento e confusione?

È un terreno classico, fatto di giocose visioni di ciò che è contorto, visto che Grahtø introduce un’autentica scatola di Lego piena di strumenti freudiani, vittoriani e cinematografici. In particolare, lo spirito di Ingmar Bergman sorvola l’universo – l’abito e l’acconciatura di Viktoria sono chiaramente ispirati a Ingrid Thulin in entrambe le pellicole Il volto e Sussurri e grida (dando ancora più senso alla scelta di un’attrice svedese nel ruolo) – e tra gli ingredienti vi sono anche alcune iconiche “fusioni di facce” nello stile di Persona. Considerati (e apprezzati!) tali archetipi, di certo Grahtø crea il suo personale marchio gotico scandinavo, nel tentativo di definire gli strumenti che trasformino una condizione anomala in una condizione estetica.

Questo dovrebbe essere piuttosto in linea con ciò che la Grahtø stessa – che ha già toccato temi simili nei suoi acclamati corti studenteschi Daimi e Teenland – ha definito “realismo psicotico” , un’espressione che nasconde tanta poetica quanta abilità artistica. Oppure, come chiede il dott. Klein a Viktoria, “Lo sei? Incline al melodramma?”, per chi lo fosse, troverà Psychosia un viaggio piuttosto illuminante. E speriamo di poter attendere con ansia ulteriori esplorazioni da parte della sua avventurosa regista.

Psychosia è stato prodotto dalla società danese Beo Starling (inoltre responsabile delle vendite internazionali) e dal gruppo finlandese Oy Bufo AB.

(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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