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VENEZIA 2019 Orizzonti

Recensione: Rialto

di 

- VENEZIA 2019: Lo sporco film di Peter Mackie Burns sulla crisi di mezza età fa riflettere

Recensione: Rialto
Tom Vaughan-Lawlor in Rialto

Il sospetto che mira a instillare qualsiasi film che si chiami Rialto [+leggi anche:
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, e che venga proiettato in anteprima nella sezione Orizzonti della Biennale del Cinema di Venezia, è che debba trattarsi del famoso ponte veneziano. Ma la scena d’apertura che mostra l’Irlanda, non l’Italia, manda velocemente a monte tale supposizione, in questo torbido film sulla crisi di mezza età e della mascolinità realizzato da Peter Mackie Burns. L’ultimo film di Burns era stato Daphne [+leggi anche:
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, sulla storia di una donna disfunzionale all’inizio di una crisi di mezza età, adattato dalla commedia teatrale Trade di Mark O'Halloran. Il nuovo titolo, Rialto, fa più riferimento ai luoghi del mercato che al ponte.

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Svolgendosi nel corso di cinque giorni, la disintegrazione di Colm (Tom Vaughan-Lawlor) diventa densa e veloce. Tutto inizia con lui che segue un ragazzo in un bagno: un incontro a pagamento. Jay è un collega di 19 anni, e il loro incontro segna l’inizio dell’infatuazione di Colm. Lo status di questa relazione è poco ortodosso, per dirla con un eufemismo. Jay (Tom Glynn-Carney) non è remissivo nei confronti di Colm, come ci si potrebbe aspettare anche quando si trova nella posizione del ricevente nei loro incontri. Per Jay, Colm è lavoro, e le sue interazioni sono orchestrate allo scopo di fare soldi. La relazione è ingannevole da poter essere giudicata, dato che entrambi gli uomini hanno rapporti con altre donne e hanno figli con queste. Sembra che la morte del padre di Colm sia il primo di una serie di eventi importanti che colpiranno i suoi 46 anni. Non è chiaro se si tratti di una storia di coming out, visto che non si dichiara mai omosessuale, ma ammette di esserlo. Jay, dal canto suo, è felice del figlio appena nato e vede la prostituzione come un lavoro, senza che gli importi di farlo con uomini o donne. Il film fa eco all’ambiguità di Brokeback Mountain di Ang Lee, sebbene i due film non potrebbero essere più distanti in termini di esecuzione formale.

Burns fa sentire il pubblico tanto a disagio e frustrato quanto lo è Colm. È una tattica audace che rende il film difficile da guardare, poiché il regista gioca su lunghe scene, lasciando lo status della relazione opaco, e forzando toni severi. Tuttavia, è un film che si salda fermamente a livello cosciente anche nei giorni dopo averlo visto, approfittando del senno di poi.

La sua spirale discendente va di male in peggio. A Colm viene proposto un licenziamento per esubero, e ha un collasso familiare significativo. Il tutto si unisce alla scontrosità di Colm, rendendo Rialto difficile da sostenere. C’è un momento, scarsamente eseguito, di narrazione pesante: Colm dichiara di non voler essere come il padre, ma poi si comporta in maniera atroce con il figlio Shane (Scott Graham). La schiettezza dell’attacco al figlio risulta sfasata rispetto all’ambiguità che Burns mostra nel descrivere le altre relazioni.

Burns avrebbe potuto essere più esplicito nel rivelare le ragioni della relazione asessuata tra Colm e la moglie Claire (Monica Dolan). L’uomo evita il contatto sessuale perché è impotente o perché è gay? O a causa del momento di crisi? La reazione di Claire sembra suggerire che l’inattività a letto vada avanti da molto tempo. La chiara morale è che Colm è gay, ma questo è un ponte che Burns sceglie di non attraversare, almeno non direttamente.

Rialto è una produzione anglo-irlandese messa in scena da Cowtown Pictures e The Bureau. The Bureau Sales detiene i diritti internazionali.

(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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