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JIHLAVA 2019

Recensione: Aphasia

di 

- Il vincitore del concorso First Lights di Ji.hlava è un saggio documentario sperimentale sulla banalità del male in tre atti diretto da Jelena Jureša

Recensione: Aphasia

Vincitore al 23° Ji.hlava International Documentary Film Festival sia del premio principale nella sezione First Lights, dedicato ai film d'esordio, sia del premio della giuria studentesca, Aphasia [+leggi anche:
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di Jelena Jureša è senza dubbio uno dei titoli più interessanti dell'edizione di quest'anno del festival.

Attraverso una trama frammentata, Aphasia collega fra loro eventi storici apparentemente non correlati: la storia coloniale del Belgio, ben conservata se non apertamente celebrata nel Museo Reale; la travagliata relazione tra l'occupante Austria e i Balcani e lo sgomento degli austriaci per l'assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo, ma soprattutto la figura di Kurt Waldheim, allora segretario generale delle Nazioni Unite, prima che la commissione cominciasse a indagare sul suo coinvolgimento nelle SS; infine, il DJ più popolare di Belgrado, il protagonista di una delle foto più famigerate della guerra in Bosnia – quella dove viene visto dare un calcio in testa a una donna morta. Tutti hanno una cosa in comune: lasciano lo spettatore senza parole – in uno stato temporaneo di afasia, di incapacità di formulare una frase completa – nel sentire o leggere atti di violenza inimmaginabile che incontrano il silenzio generale, che sono rimasti impuniti, persino normalizzati, giacché i loro autori sono rimasti in una posizione di potere: un paese dell'Europa occidentale, una monarchia; un segretario generale delle Nazioni Unite e un presidente dell'Austria; un personaggio popolare di Belgrado che si adatta all'ideologia dominante e vanta una stretta connessione con una figura criminale intoccabile.

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Intrecciando un racconto teatrale, scritto in modo sardonico, sull'esperienza di visitare il museo della storia coloniale belga, con filmati d'archivio dell'udienza alle Nazioni Unite di Kurt Waldheim e con la testimonianza di prima mano di una donna che ricorda il DJ della fotografia orribilmente iconica della pulizia etnica in Bosnia di Ron Haviv, e ricorda di essersi imbattuta in lui nei night club di Belgrado, Aphasia dipinge un ritratto della banalità del male. Sia che si riferisca agli scritti di Slavenka Drakulić, che sosteneva che etichettiamo gli autori come "mostri" semplicemente per separare "noi" da "loro", o Hannah Arendt, che trovò l'agente nazista Adolph Eichmann "un ordinario, insipido burocrate", e "terribilmente normale", il male è spaventoso proprio perché è così banale, così ordinario, così quotidiano. Pensare agli autori come mostri invece che persone comuni ci rende ciechi alle nostre stesse capacità di fare del male, ai nostri atti di violenza, per quanto grandi o piccoli.

Aphasia è un film consapevole di questo fatto dall'inizio alla fine. L'incapacità di parlare, di formare una frase completa che descriva o spieghi, ispira la scena finale del film, in cui la donna che ha parlato della fotografia e del DJ cerca di liberarsi della sua frustrazione ballando durante una scena che compone quasi un terzo del film. A volte, in realtà, non ci sono parole che rendano giustizia a ciò che stanno cercando di descrivere; tuttavia, Aphasia ci porta a interrogarci sulla distanza tra i presunti mostri e noi stessi.

Il film è prodotto dalla belga Argos.

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(Tradotto dall'inglese)

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