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IFFR 2020 Deep Focus

Recensione: Il était un petit navire

di 

- Dal suo letto d'ospedale, la cineasta belga Marion Hänsel crea un ritratto intimo delle città, degli eventi e delle persone che hanno modellato la sua vita

Recensione: Il était un petit navire

La regista belga Marion Hänsel è stata protagonista di una retrospettiva all’International Film Festival Rotterdam di quest’anno, dove è arrivata anche con un nuovo documentario: Il était un petit navire [+leggi anche:
trailer
intervista: Marion Hänsel
scheda film
]
, presentato in anteprima internazionale nella sezione Deep Focus del festival olandese.

Si tratta di un saggio poetico – per certi versi simile a un diario – nel corso del quale la Hänsel racconta i dettagli della propria vita attraverso immagini personali, filmati più recenti e materiale d'archivio. La trama si snoda lungo una serie di aneddoti personali e relazioni con amici, familiari e amanti, tralasciando qualsiasi accenno alla carriera della donna, sia come attrice in difficoltà, sia in qualità di nota regista: è, in definitiva, la storia della sua vita e dei suoi amori. Ad ogni modo, l'opera della regista viene meravigliosamente descritta nel documentario di Caroline D'Hondt Par-delà les nuages: le cinéma de Marion Hänsel, anch'esso proiettato durante il festival.

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Non è la prima volta che la Hänsel racconta vicende personali nelle proprie opere: il suo lungometraggio Nuages, ad esempio, contiene riflessioni scritte per il figlio fino al compimento dei 18 anni e presentate in forma di lettere intime raccontate da diverse attrici in diverse lingue – da Catherine Deneuve in francese, Charlotte Rampling in inglese, Barbara Auer in tedesco e Antje De Boeck in olandese. Tuttavia, c'è qualcosa di più lirico e provocatorio nel sentire la Hänsel pronunciare le sue stesse parole, pur non comparendo mai sullo schermo. Questo documentario è particolarmente tenero e personale, e viene narrato partendo dal presupposto che la Hänsel ha rischiato quasi di non poter narrare i fatti di persona.

La donna è stata, infatti, ricoverata in ospedale per due mesi a causa di un'infezione da streptococco e ha subito un'operazione a cuore aperto per l'inserimento di uno stent. È proprio durante il periodo di degenza in ospedale che la regista matura l'idea di realizzare questo film autobiografico e portare così lo spettatore nei luoghi più importanti della sua vita: dalla città natale Marsiglia al tempo trascorso ad Anversa, passando per una scuola d'arte in Inghilterra e le esperienze di recitazione a New York e a Parigi fino a intraprendere, quasi per caso, la carriera di regista.

L'aspetto interessante di molte delle relazioni che la Hänsel racconta sta nel fatto che esse si interrompono bruscamente: narra di gioie e sofferenze, ma senza cadere troppo nel sentimentale. In questo film la regista è in grado di lasciare sempre nello spettatore il desiderio di saperne di più – poco importa che stia parlando del nonno, della sorella maggiore o dei suoi amanti – ed è intrigante il modo in cui non si lascia definire dalla propria opera. Riferendosi a quando era ancora un'aspirante attrice, la regista racconta un episodio accaduto a New York, quando a un casting venne ricevuta da un uomo che iniziò subito a togliersi i vestiti. Racconta di come abbia girato un film a Cannes solamente grazie a una storia riguardante il figlio scomparso a Lione. Non che a quell’epoca la vita fosse molto più facile per un'attrice a Parigi. Nel film, i ricordi si alternano alle scene in ospedale e alle parole della regista vengono conferiti ulteriori risonanza e potere dal costante ricordo della fragilità della vita. In ultima analisi, questo documentario rappresenta una perfetta introduzione alle opere – spesso sottovalutate – della Hänsel.

Il était un petit navire è stato prodotto dalla belga Man's Films Productions e coprodotto da RTBF e ZDF/ARTE.

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(Tradotto dall'inglese da Gaia De Antoni)

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