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BERLINALE 2020 Concorso

Recensione: Siberia

di 

- BERLINALE 2020: Dopo Tommaso, Abel Ferrara torna con un'altra opera autoriflessiva, una raccolta di incubi freudiani e insensatezze che può essere divertente purché non la si prenda sul serio

Recensione: Siberia
Willem Dafoe in Siberia

Dal suo biopic Pasolini [+leggi anche:
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del 2014, Abel Ferrara ha realizzato tre documentari e Tommaso [+leggi anche:
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, un film (semi)autobiografico in cui Willem Dafoe interpretava un vecchio regista in lotta contro i suoi demoni. In Siberia [+leggi anche:
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, che è stato presentato in anteprima mondiale in concorso alla Berlinale, Ferrara sembra continuare su questa strada autoriflessiva, ottenendo un risultato più coinvolgente e sicuramente più folle.

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È difficile dire cosa sia la realtà e cosa sia un sogno, un incubo, un'allucinazione o un ricordo in Siberia, ma diciamo che i primi 15 minuti del film potrebbero rappresentare una base solida: Clint (Dafoe) vive in una capanna in un bosco innevato e gestisce un bar spoglio e decrepito. Il suo primo cliente è un Inuit (potrebbe essere lo stesso su cui Tommaso stava pianificando di girare un film), di cui non parla la lingua, ma la selezione di bevande disponibili è così scarsa che ci vuole un minuto per capire che l'ospite vuole rum e tè.

Tuttavia, già con la successiva coppia di clienti, le cose iniziano a diventare – per usare un eufemismo – strane. Entrano una giovane donna e una signora anziana, che parlano russo, senza sottotitoli in inglese. Anche loro prendono il tè e chiedono vodka, a quel punto Clint si unisce a loro, e sentiamo la babushka sostenere che il bambino nel grembo della giovane donna appartiene a lui. Mentre la ragazza apre il suo vestito, Clint arriva da dietro il bancone per inginocchiarsi, baciarle la pancia incinta e accarezzarle il seno.

Ciò che segue è una serie di visioni, sogni o allucinazioni in cui il protagonista si confronta con suo padre (Dafoe con schiuma da barba sul viso), madre (in una scena letteralmente edipica), ex moglie e giovane figlio, e una successione di ciò che supponiamo siano ex fidanzate, ma anche personaggi archetipici come un mago, un insegnante e un monaco, oltre a una collezione assortita di figure da incubo, come una signora nana nuda su una sedia a rotelle.

Sebbene il titolo del film implichi un ambiente freddo e invernale, questa è solo una della selvaggia varietà di location, che includono un'oasi nel deserto (dove arriva con gli husky che in precedenza avevano trainato la sua slitta), una caverna molto buia, una stanza verde scuro in cui un gruppo di punk prende a calci un altoparlante fino a quando un ragazzo – un giovane Clint, supponiamo – non ne viene fuori, e un campo di sterminio pieno di torture.

Quando un film ha così poco in termini di trama, è difficile giudicare i suoi meriti narrativi, e non molto più facile è dare qualsiasi tipo di giudizio sui suoi risultati tecnici. Tuttavia, per quello che vale, le riprese e l'illuminazione di Stefano Falivene seguono fedelmente i cambiamenti nell'atmosfera, che sono prontamente annunciati dalla colonna sonora eclettica di Joe Delia.

Nel complesso, Siberia in realtà funziona molto meglio di Tommaso, se non lo prendi troppo sul serio e ti lasci andare. Perfino un tale miscuglio (pseudo-)freudiano sembra meno autoindulgente del suo predecessore troppo lungo e ambizioso. Qui, almeno, quando il film termina con un pesce appena pescato in un secchio che cita Nietzsche in tedesco senza sottotitoli, ti rendi conto di esserti divertito, anche se in modo un po’ sconnesso.

Siberia è una coproduzione dell’italiana Vivo Film e RAI Cinema, della tedesca maze pictures e della messicana Piano. La società di Colonia The Match Factory detiene i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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