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TRIBECA 2020

Recensione: Banksy Most Wanted

di 

- La storia dell'artista di strada più famoso al mondo è oggetto di un'analisi robusta ma superficiale da parte dei co-registi francesi Aurélia Rouvier e Seamus Haley

Recensione: Banksy Most Wanted

Abbiamo davvero bisogno di un altro documentario su Banksy? C'è una tale saturazione di articoli, film e conversazioni sul più famoso artista di graffiti del mondo dell'arte contemporanea, che sembra difficile interessarsi all'ennesimo tentativo di raccontare la storia dell'irascibile Banksy. Qualcuno forse ancora non sa che è l'artista le cui opere sono apparse per la prima volta sui muri delle strade di Bristol negli anni '90 e che è poi diventato una star a livello globale creando molta finta eccitazione attorno alla sua vera identità? Il tentativo di scoprire chi è il Clark Kent dietro questo Superman con la bomboletta spray è al centro di Banksy Most Wanted [+leggi anche:
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dei co-registi francesi Aurélia Rouvier, Laurent Richard e Seamus Haley, selezionato nella sezione Spotlight Documentary al Tribeca Film Festival online.

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Il documentario è un esempio di buon giornalismo più che di narrativa cinematografica ispirata. È un ottimo punto di partenza per i non iniziati perché offre un resoconto molto chiaro e conciso della storia di Banksy, raccontata usando teste parlanti informative e filmati d'archivio. Contiene una sintesi dei più grandi successi di Banksy: il blitz sui muri e le auto di New York e San Francisco, e il muro di segregazione israelo-palestinese; la creazione di The Walled Off Hotel a Gerusalemme; la distruzione della “Ragazza con il palloncino” pochi istanti dopo che era stato venduto per oltre 1 milione di euro da Sotheby's; l'opera di protesta a Port Talbot contro i cambiamenti climatici; la creazione di Dismaland per deridere Disneyland; e la gente di Folkestone che lotta per tenere un Banksy nella propria città.

Gli intervistati, incluso l'ex agente di Banksy, Steve Lazarides, sono illuminanti ma ossequiosi. Agli occhi di tutti – dai giornalisti che cercano di svelare la sua identità ai capitalisti che strappano le sue opere dai muri per venderle, e la guida al lavoro di Banksy a Bristol – Banksy è un genio; è persino chiamato il Picasso dei tempi moderni. Questo può anche essere vero, e le sue opere d'arte e le sue dichiarazioni politiche sono spesso stimolanti, ma tale ammirazione tende a produrre documentari scialbi. La critica più severa che gli viene rivolta è che è diventato proprio ciò che presumibilmente disprezza: un capitalista. Shock!

I registi fanno un ottimo lavoro nel rintracciare i giornalisti che hanno partorito le migliori teorie sulla vera identità di Banksy, inducendoli a parlare di come hanno costruito le loro ipotesi. C'è il simpatico giornalista scozzese Craig Williams, che ha collegato la comparsa delle opere di Banksy ai concerti dei Massive Attack e ha dedotto che l'artista non deve essere altro che il membro della band Robert Del Naja. Poi c'è l'esperto forense interpellato per dare credito alla teoria secondo cui Banksy è il musicista dei Gorillaz Jamie Hewlett, un'idea originata dal fatto che i registri della compagnia collegavano il film diretto da Banksy Exit to the Gift Shop al musicista. Poi, infine, c'è la giornalista del Daily Mail Claudia Joseph, che insiste sul fatto che l'artista sia un ex scolaretto della classe media chiamato Robin Gunningham. Ma il modo in cui viene detto, con la forte enfasi posta sul minare qualsiasi tentativo di rivelare la vera identità dell'artista, probabilmente non sarebbe piaciuta neanche allo stesso Banksy. Non c'è nulla di rivelatore qui, solo un resoconto ben raccontato e affettuoso della storia fino ad oggi...

Banksy Most Wanted è una produzione francese guidata da Cross Borders Films, Scarlett Production e Canal+.

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(Tradotto dall'inglese)

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