email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

VISIONS DU RÉEL 2020

Recensione: One More Jump

di 

- Con il suo documentario sul Gaza Parkour Team, Emanuele Gerosa racconta con sensibilità la condizione dolorosa e frustrante dei giovani palestinesi nella Striscia

Recensione: One More Jump

Se il parkour è l’arte di superare ogni ostacolo, nella Striscia di Gaza è qualcosa di più: è sopravvivenza vera e propria. In un luogo dove muri e barriere sono ovunque, questo sport acrobatico è uno dei pochi modi per sentirsi liberi, saltando, volteggiando in aria, rischiando. È tra i giovani palestinesi praticanti questa disciplina nata negli anni ’90 nelle strade della banlieue parigina che ci porta il regista Emanuele Gerosa con il suo film documentario One More Jump [+leggi anche:
trailer
scheda film
]
– ora in concorso nazionale all’edizione online di Visions du Réel, dopo la première lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma, sezione Alice nella Città – un lavoro particolarmente significativo, evocativo e mai retorico, che mostra rispetto e sensibilità per una condizione giovanile dolorosa e frustrante.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)
series serie

Il film segue i destini opposti e paralleli di due amici, Jehad e Abdallah. Il primo è a Gaza, si prende cura del padre malato e sogna di fuggire in Europa; il secondo è riuscito a scappare dalla Striscia e vive in Italia, ma sogna di tornare un giorno a casa. Abdallah è stato il fondatore del Gaza Parkour Team anni prima, Jehad ha raccolto il suo testimone quando il suo amico se n’è andato. Non lo ha davvero mai perdonato per questo (“dovevamo partire insieme”) e da allora non si sentono più. Jehad continua così ad allenare bambini e adolescenti sotto l’occhio dei droni israeliani (“e voi, a vostra volta, dovrete insegnarlo a chi viene dopo di voi”), mentre Abdallah, che vuole fare le cose sul serio e diventare un atleta professionista, decide di partecipare a una gara internazionale di parkour in Svezia.

Jehad corre e salta con il suo team in mezzo alle macerie e agli scheletri di edifici bombardati a Khan Yunis, Abdallah si allena nei sottopassaggi della stazione ferroviaria di Firenze o ai bordi del fiume. La telecamera li rincorre da vicino in un tripudio di acrobazie mozzafiato, e l’effetto è spettacolare. Ma sono i volti dolenti dei due protagonisti il vero cardine di questo documentario. La mancanza di prospettive, il senso di prigionia, il desiderio di conoscere il mondo, da una parte; le difficoltà dell’integrazione, la nostalgia della propria terra e la consapevolezza di non poterci tornare mai più, dall’altra. Jehad e Abdallah incarnano le contraddizioni di una generazione di palestinesi costretti in una prigione a cielo aperto e a sentirsi stranieri ovunque, anche a casa propria. La disperazione è scritta nelle loro facce. E il senso di straniamento che leggiamo negli occhi di Abdallah quando, lui che è abituato a fare capriole tra macerie e colonne di fumo, si ritrova davanti agli ostacoli in legno compensato della competizione svedese, in mezzo a una platea di ragazzini allegri e belli, condensa tutto il film.

One More Jump è prodotto da Enrica Capra per GraffitiDoc in collaborazione con Rai Cinema. Coproducono il film Amka Films Productions (Svizzera), RSI Radiotelevisione svizzera, Aljazeera Documentary Channel, ITAR Productions (Libano) e Oneworld DocuMakers (Italia). La distribuzione internazionale è affidata a Fandango Sales.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Privacy Policy