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VENEZIA 2020 Orizzonti

Recensione: Guerra e pace

di 

- VENEZIA 2020: Massimo D'Anolfi e Martina Parenti invitano alla riflessione sul rapporto tra cinema e guerra, attraverso i luoghi di conservazione e restauro delle immagini

Recensione: Guerra e pace

Mani guantate ricompongono negativi su lastre fotografiche di vetro infrante. Occhi attenti analizzano con strumenti sofisticati immagini di guerra che attraversano tutto lo spettro di colori visibile. Siamo nei laboratori di Fotocinema a Roma, Istituto Luce Cinecittà e Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, dove Massimo D'Anolfi e Martina Parenti hanno girato Guerra e pace [+leggi anche:
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, in concorso nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2020. Al quinto minuto, quando ci sono ancora i titoli di testa, le immagini di bombardamenti, le impiccagioni di “ribelli” e la famigerata esecuzione del Viet Cong a Saigon simbolo dell’orrore del Vietnam, ci hanno già agghiacciato.

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Guerra e pace è un invito alla riflessione sul rapporto tra immagine e conflitto, con la consapevolezza che la frequentazione della guerra da parte del cinema è nata con la sua stessa nascita e si è sviluppata in molte direzioni. I film di pura propaganda, quelli pacifisti che però sfruttano l’estetica della guerra e il piacere perverso dell’osservazione della violenza, i documentari militanti di denuncia. Se in passato un documentario come Jenin, Jenin di Mohammad Bakri, sulla distruzione di un villaggio palestinese da parte dell’esercito israeliano, è riuscito a diventare uno scottante caso diplomatico e legale che si trascina ancora dopo 18 anni, le testimonianze dei Frédéric Rossif, degli Joris Ivens si sono trasformate nelle immagini girate dagli smartphone dei partecipanti alle primavere arabe. Peter Jackson con They Shall Not Grow Old [+leggi anche:
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ha dato due anni fa la sua interpretazione della Prima Guerra Mondiale, colorando e sonorizzando con l’alta tecnologia immagini dall’archivio dell’Imperial War Museum. Gianfranco Rosi ha voluto raccontare i conflitti odierni girano sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan e Libano con Notturno [+leggi anche:
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intervista: Gianfranco Rosi
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, in Concorso a Venezia.  

D'Anolfi e Parenti (che tornano a Venezia dopo Spira Mirabilis [+leggi anche:
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, in concorso ufficiale nel 2016), partono invece da un passato più remoto, dal cinema delle origini, dalla criminale aggressione italiana nel 1911 alla Libia, territorio che ancora oggi non ha pace. Le riprese di ignoti operatori sono senza oggettività, ma dai volti degli sconfitti traspare una dignità non rispettata. Il film è diviso in quattro capitoli, passato remoto, passato prossimo, presente e futuro, e ci spostiamo così dai laboratori di restauro all’unità di crisi del Ministero degli Affari Esteri italiano, dove le mappe sempre aggiornate individuano i connazionali in pericolo nelle zone di conflitto. Per approdare all’ECPAD, archivio storico e agenzia delle immagini del Ministero della Difesa francese. Qui soldati scelti imparano a “utilizzare” e valorizzare le immagini di guerra, mentre fuori dalle finestre i colleghi della Légion étrangère si addestrano al combattimento. Viene in mente La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo che inchiodava Parigi alle sue responsabilità coloniali e fu proibito in Francia per anni.

L’idea alla base del doc di D'Anolfi e Parenti è quella di far diventare protagonista i luoghi stessi in cui le immagini di guerra vengono conservati. Come nell’ultimo capitolo, girato negli archivi della Croce Rossa Internazionale custoditi presso la Cineteca Svizzera di Losanna, dove l’importanza della conservazione della memoria si fa urgente.

Guerra e Pace è prodotto da Montmorency Film con Rai Cinema e Lomotion con SRF Schweizer Radio und Fernsehen / SRG SSR, con il supporto di MiBACT tra gli altri. La distribuzione internazionale è di Taskovski Films, quella italiana di Istituto Luce Cinecittà e Montmorency Film.

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