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TORONTO 2020 Industry Selects

Recensione: Un pays qui se tient sage

di 

- David Dufresne firma un documentario incisivo e impegnato che analizza l'attuale filosofia del mantenimento dell'ordine e si interroga sulla legittimità del ricorso sproporzionato alla violenza

Recensione: Un pays qui se tient sage

2495 feriti, di cui 27 hanno perso un occhio e cinque una mano. Tale è stato, al termine di un anno di scontri settimanali con le forze di sicurezza francesi, il pesante bilancio delle manifestazioni del movimento sociale dei gilet gialli. Un conteggio impressionante alimentato dagli abusi della polizia e le polemiche sull’utilizzo di pistole antisommossa e granate, ampiamente discussi sui social network e che David Dufresne ha colto nel suo documentario Un pays qui se tient sage [+leggi anche:
trailer
intervista: David Dufresne
scheda film
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, sostenuto dalla Quinzaine des Réalisateurs e presentato al 45° Festival di Toronto, nel programma Industry Selects.

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Il film, chiaramente impegnato, non si accontenta di esporre un interessante catalogo di abusi della polizia, ma preferisce prenderli come esempio per un'appassionata riflessione (con vari partecipanti) sulla seguente affermazione del sociologo tedesco Max Weber: “Lo Stato ha il monopolio dell'uso legittimo della violenza”.

Basato su un dispositivo di conversazioni a due, che spesso si svolgono in reazione alla proiezione di immagini della polizia che fa un uso discutibile della violenza, il film raccoglie le opinioni di diversi storici, un professore di diritto, un sociologo, uno scrittore, un etnografo, un generale della gendarmeria, diversi avvocati, il relatore speciale delle Nazioni Unite, tre rappresentanti sindacali di polizia, un giornalista, ma anche vittime di violenza e le loro famiglie. Una diversità che offre diversi livelli, tra il cinema-verità (grazie ai numerosi episodi catturati dai telefoni cellulari, che costituiscono un contro-discorso inedito rispetto al controllo abituale dell'informazione da parte del potere) e un esame minuzioso della natura di un mantenimento dell'ordine definito come “un giusto equilibrio tra violenza e legittimità dell'uso della violenza”, dove la rabbia e la crudeltà non interferiscono con “la necessità delle circostanze”.

Dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (articolo 2 "questa forza è quindi istituita a beneficio di tutti, e non per l'utilità particolare di coloro ai quali è affidata") all'evoluzione della dottrina del mantenimento dell'ordine (presa in ostaggio dalla politica e passata da un sottile sistema di controllo dei leader a una dimensione disciplinare, anche feudale), passando per i valori comuni su cui si basa una società (Hanna Arendt, Rousseau) e che sono minati dalla brutalità (economica e sociale) del mondo attuale, il film esplora molto metodicamente la questione di "chi ha la legittimità per dire chi è violento?" e seziona il pericoloso campo che emerge quando "ciò che è legale viene cancellato per sospetto di illegittimità", mentre "la democrazia non è consenso, ma dissenso".

Questo affascinante approccio intellettuale mai manicheo è sostenuto da una potente linea emotiva (le reazioni di due donne randellate con virulenza gratuita, l'indignazione delle mamme degli studenti delle scuole superiori di Mantes-la-Jolie, allineate e inginocchiate per ore con le mani sulla testa nel dicembre 2018, il ritorno sulle vicende di due uomini che avevano perso una mano).

Documentario sconvolgente e intelligente, prodotto da Le Bureau e Jour2fête (che guiderà l'uscita in Francia il 30 settembre), Un pays qui se tient sage è venduto a livello internazionale da The Bureau Sales.

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(Tradotto dal francese)

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