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GOLDEN ROSE 2020

Recensione: Fear

di 

- Nel suo quarto lungometraggio, dopo il fortunato Losers, Ivaylo Hristov guarda la questione dei rifugiati in Europa con occhi nuovi

Recensione: Fear
Svetlana Yancheva e Michael Fleming in Fear

Cinque anni dopo che un gruppo rock ha disturbato la quiete di una città provinciale nel film Losers [+leggi anche:
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, il regista bulgaro Ivaylo Hristov sceglie di fare un’apparizione similmente dirompente con il suo quarto lungometraggio, Fear [+leggi anche:
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, il quale viene attualmente mostrato nella trentottesima edizione della competizione del Golden Rose Film Festival (Varna, 24 Settembre–1 Ottobre). La questione dei rifugiati è stata analizzata in molti modi nei film recenti, ma Fear sembra farlo con l’aggiunta di un tocco divertente, commentando allegramente la xenofobia nelle piccole città e l’atteggiamento paneuropeo verso i meno fortunati.

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La sceneggiatura scritta da Hristov, apre con la protagonista principale, Svetla (Svetlana Yancheva), che sigilla la porta di una scuola. Veniamo a conoscenza molto presto che Svetla è un insegnante, e che la scuola è stata chiusa perché non ci sono abbastanza studenti nel villaggio al confine tra la Bulgaria e la Turchia. Ma per gli studenti che mancano nella città, ci sono abbastanza rifugiati per compensare, come se non bastasse – se Svelta pensava che la sua vita non fosse già piena di problemi – tutto cambia quando la donna tenace si imbatte in un rifugiato africano mentre è alla caccia di conigli nella foresta.

Sembra che Fear sia stato concepito da due sceneggiatori, uno interessato a intrattenere il pubblico, l’altro a esplorare le rilevanti esperienze strazianti di una persona costretta a lasciare il suo paese e destinata a combattere ogni giorno contro i rifiuti da parte della gente. Qualche spettatore può rimanere sbalordito da un numero di scelte che Hristov sceglie di fare nel suo film, dal far diventare il suo protagonista maschile un hipster chiacchierone, a un finale che veicola un messaggio politico peculiare.

Promosso astutamente, il film ha una buona possibilità di attrarre un numero impressionante di spettatori nei cinema bulgari, quanto Hristov popola la sua storia con vari personaggi che si possono facilmente immaginare condurre una vita tranquilla in un piccolo villaggio nell’Europa dell’Est. Abbiamo il sindaco Gogovska (Miroslava Gogovska), le cui doti amministrative sono tristemente inadeguate, e infatti si rivela completamente inutile quando deve gestire un gruppo di rifugiati che si dirigono verso la Germania. Abbiamo Ivan (Ivan Savov), il damerino del villaggio, Bochev (Stoyan Bochev), il macho, il capo della truppa militare locale, e così via. Ogni personaggio sembra essere più che disposto nell’intraprendere avventure sciocche.

Un altro elemento sorprendente di Fear è la cinematografia peculiare di Emil Hristov, probabilmente il direttore della fotografia bulgaro più ambito, il quale si è fatto un nome negli anni ottanta. Il motivo per cui ha deciso di filmare in bianco e nero Losers è chiaro, ma non si capisce il motivo per cui ha fatto la stessa scelta per Fear.

Ma l’elemento più sbalorditivo del film è la sua fine. Visto che Fear probabilmente non viaggerà molto (come ha fatto Losers), non abbiamo paura di rivelarlo, visto è che molto rilevante per come la storia affronta un tema così difficile. Rifiutati da tutto il villaggio, Svetla e Bamba partono verso l’Africa, su di un carro guidato da uno straniero misterioso, il quale è interpretato dal regista stesso. Ciò che il pubblico di Varna sembrerebbe aver considerato un finale divertente, è in realtà molto straziante, visto che gli unici due personaggi positivi del film vengono respinti dall’intero villaggio (o dalla società?), e accompagnati fuori da esso da Dio in persona (Hristov, il quale è teoricamente dietro ogni decisione del film). Dobbiamo intervistare il regista per scoprire di più al riguardo di questo simbolismo peculiare, visto che crediamo essere pura xenofobia racchiusa in una allegra farsa da paesino.

Fear è stato prodotto dalla bulgara Profilm.

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(Tradotto dall'inglese da Alessandro Luchetti)

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