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SPAGNA Francia

Recensione: Hasta el cielo

di 

- Daniel Calparsoro cerca, con risultati irregolari, di aggiornare il cinema quinqui che imperversò nei cinema spagnoli negli anni '70/'80

Recensione: Hasta el cielo

Hasta el cielo [+leggi anche:
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, nuovo film di Daniel Calparsoro, presentato all'ultima edizione del Festival di Malaga e successivamente a Roma, si ispira a fatti di cronaca, sebbene sia scritto liberamente da Jorge Guerricaechevarría, sceneggiatore abituale di altri registi del club dell'adrenalina come Daniel Monzón (El niño [+leggi anche:
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) e Álex de la Iglesia (800 balas).

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Girato tra Madrid, Valencia e Ibiza, nei suoi 120 minuti di durata spazia dall'azione più spettacolare al romanticismo, anche se il grande tema del film è l'ambizione: quella che sprona Ángel, che a tutti i costi e a qualsiasi prezzo desidera salire la scala sociale e diventare parte di un'élite capitalista dalla quale si sente escluso. Questo arrampicatore sociale è incarnato da Miguel Herrán (scoperto da Daniel Guzmán in A cambio de nada [+leggi anche:
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), affiancato con forza da Carolina Yuste (vincitrice del Goya come miglior attrice non protagonista per il suo lavoro in Carmen y Lola [+leggi anche:
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) e con Luis Tosar in un piccolo ruolo.

Una ripresa dall'alto, realizzata da una delle Quattro Torri della zona nord di Madrid – da dove si vede gente delle dimensioni di una formica che cammina sul marciapiede – simboleggia quella voglia di scalata sociale del giovane protagonista, che vive in un sobborgo dove quei lontani grattacieli sembrano irraggiungibili. Questo sobborgo è un focolaio di violenza, spaccio, progetti di rapina, auto truccate e mafia rom: a tal proposito, il film di Calparsoro si collega tematicamente a quei film di quinqui con i pantaloni a zampa di elefante, rabbia sociale e grilletto facile, capaci di prostituirsi in cambio di pochi soldi, firmati da cineasti audaci come Eloy de la Iglesia e José Antonio de la Loma negli anni '70/'80, e che Carlos Saura ha trattato in Deprisa, deprisa.

Ma è lì, in quel tentativo di attualizzare qualcosa di così circostanziato e irripetibile, che Calparsoro scivola, perché al suo lungometraggio manca la rabbia, la grinta e l'autenticità di quelle cronache del malcontento giovanile, per quanto il suo cast includa rapper, graffitisti e altri giovani artisti contemporanei. Ma la Spagna non è la stessa, né la fattura perfetta delle sue sequenze – che rimanda più a prodotti come la saga Fast & Furious – distilla l'aroma, il sudore e il coinvolgimento dei registi omaggiati.

A suo favore, va notato che a un certo punto Hasta el cielo può ricordare Martin Scorsese (soprattutto Quei bravi ragazzi) o il miglior Brian de Palma (Scarface); e che il suo messaggio sull'ambizione smisurata, che devasta anche qualcosa di bello come l'amore, riesce ad elevare l'emozione del film al di sopra delle sue frenetiche scene d'azione, ben accompagnate dalla musica rap, trap ed elettronica.

Hasta el cielo è una produzione di Vaca Films con la partecipazione di RTVE, Movistar +, Telemadrid, Canal + e Netflix, e con l’appoggio dell’ICAA e del Programma Media. Esce nei cinema spagnoli venerdì 18 dicembre, con Universal Pictures International Spain. Delle sue vendite si occupa l’agenzia francese Playtime.

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