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IFFR 2021 Concorso Tiger

Recensione: Gritt

di 

- Nel suo primo lungometraggio, la regista norvegese Itonje Søimer Guttormsen sostiene di dover essere sempre Lilith, mai Eva

Recensione: Gritt
Birgitte Larsen in Gritt

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scheda film
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di Itonje Søimer Guttormsen (presentato nel concorso Tiger dell’IFFR e al Göteborg Film Festival dopo la sua prima mondiale a Tromsø), inizia assomigliando a una delle tante storie su un'attrice in difficoltà. All’inizio, il film è ricco di conversazioni pretenziose, in cui gli interlocutori cercano disperatamente di inserire la parola "meta-" in ogni frase. Ma la storia si sbarazza rapidamente di ogni pretesa, e delle menzioni a una mostruosità chiamata Three Colours of Ibsen, per intraprendere una ricerca delirante, che però trasmette una sensazione reale e coinvolgente.

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Ciò non significa che la sua protagonista smetta di essere fastidiosa. La Gritt di Birgitte Larsen è frustrata e completamente rovinata, vaga per la città con nient'altro che la sua piccola valigia e inimicandosi immediatamente chiunque sia disposto ad accoglierla. È affascinante da guardare, alla disperata ricerca di qualsiasi tipo di riconoscimento, senza essere del tutto vanitosa, o spargere il suo sangue mestruale sui muri senza battere ciglio. Il personaggio si distingue per il suo sguardo nervoso, le sue membra magre e le sue grandi idee, come il suo progetto su "The White Inflammation", incentrato sull'apatia e l'incapacità di agire che si presume copra la Scandinavia come un velo, e al quale nessuno è ovviamente interessato.

Sebbene Gritt avrebbe funzionato meglio come miniserie (infatti è già diviso in capitoli), resta comunque un ritratto divertente e commovente di una donna che, nonostante sia un vero disastro, si sente a posto con se stessa. In tal senso, Guttormsen sembra interessata a continuare la tendenza recentemente perfezionata da Fleabag. In questo caso, un caffè per porcellini d'India è più facile da trovare di qualsiasi segnale di un futuro stabile, anche se in questo caso non ci sono problemi romantici di cui preoccuparsi. In parole povere, Gritt ha già abbastanza a cui pensare. Sta "lavorando a un rituale", sta cercando di avviare il suo progetto con i rifugiati e, in una svolta degli eventi, finisce per chiedere aiuto a un alleato sorprendente: Lilith, la presenza demoniaca conosciuta come la prima moglie di Adamo, che ha scelto di fuggire invece di passare un giorno in più con lui in paradiso.

Nel film succedono tante cose, a volte troppe, ma grazie a Larsen è facile dimenticare che si tratta di un'interpretazione e non di una persona reale. È come quell'amico che alla lunga non sopporti, ma che è impossibile dimenticare, perché osa fare cose che la maggior parte di noi non prende nemmeno in considerazione, per determinazione o per incoscienza. In ogni caso, lei le prova tutte, e quando finalmente raggiunge una sorta di pace, le cose si complicano ancora di più. Dato che Guttormsen intende riprendere il personaggio in futuro, seguendo la linea di questo lavoro e del suo cortometraggio precedente, chissà dove la porterà questa nuova calma. Lei e il suo bagaglio, ovviamente.

Gritt è prodotto dalla norvegese Mer Film (responsabile anche delle vendite internazionali) ed è coprodotto dalla regista stessa per Andropia.

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(Tradotto dall'inglese)

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