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LUSSEMBURGO 2021

Recensione: Hytte

di 

- Il primo lungometraggio di finzione di Jean-Louis Schuller illustra una magnifica ricerca di identità ai confini del mondo, nello Svalbard

Recensione: Hytte
Luc Schiltz in Hytte

In norvegese, "hytte" significa capanna. Questo è il titolo del primo lungometraggio di finzione di Jean-Louis Schuller, presentato all'11ma edizione del Luxembourg City Film Festival. Originariamente direttore della fotografia, Schuller ha diretto il documentario Black Harvest [+leggi anche:
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, che ha firmato nel 2014 con Sean Clark e che tratta della moderna corsa all'oro nel Dakota del Nord, e il mediometraggio High/Low (2011), diretto con Sam Blair, sul mondo del gioco d'azzardo a Hong Kong e Macao. Schuller è interessato a figure irriducibili, uomini determinati, come i ciclisti che si allenano per il Tour de France in The Road Uphill (2011). A volte persi, i suoi personaggi si ritrovano coinvolti in situazioni estreme o in esilio. È il caso di Luc che, in Hytte [+leggi anche:
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, finisce nello Svalbard, questo atipico territorio insulare.

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Non si sa perché l'uomo, interpretato con precisione e originalità da Luc Schiltz (Capitani), sia approdato sulle rive del territorio più settentrionale della Norvegia. Queste bellissime e desolate terre oltre il Circolo Polare Artico ospitano circa 2.000 persone. Molti sono i lavoratori stranieri che non hanno bisogno del visto per lavorare: il quadro giuridico della regione, al di fuori della tassazione norvegese, consente a chiunque di sfruttare le risorse di queste terre ai confini del mondo. Durante l'era sovietica, i russi erano numerosi lì. Hanno persino fondato una città operaia che ora è fantasma (a tal proposito, Kjartan Fløgstad ha scritto un ottimo saggio: Pyramiden. Portrait of an abandoned utopia).

Non appena arriva, Luc sente parlare dei russi: visita un campo deserto che suscita in lui uno strano fascino. È in questo scenario misterioso che questo padre di famiglia recentemente divorziato incontra Mike (Mike Tock). Come Luc, Mike è lussemburghese. Il loro incontro avviene dopo una serata ad alto tasso alcolico sotto il sole di mezzanotte (che dura da aprile ad agosto nella regione). Dopo aver parlato dell'esistenza di una capanna remota dove sembra finalmente aver trovato la pace, Mike scompare. La sceneggiatura, co-scritta da Jean-Louis Schuller con Jérémie Dubois, gioca abilmente con questo personaggio allegorico di cui lo spettatore si chiede se esista veramente. È uno specchio delle domande metafisiche che si pone il protagonista.

Archetipo dell'uomo moderno, Luc non sa dove sta andando: quarantenne, padre di una bambina di 7 anni che ha abbandonato durante questo suo esilio, la sua inquietudine, la sua agitazione costante e la sua sfiducia riflettono i mali del nostro tempo. Sullo sfondo, ovviamente, ci vengono mostrate la saturazione tecnologica e l'onnipresenza dei media.

Nella sua fuga che dura dodici mesi, Luc incontra Ingrid, una norvegese (interpretata dall'ottima Ingrid Liavaag, una vera rivelazione). Con la giovane donna con cui si stabilisce, l'eroe mette in discussione la sua mascolinità, cerca una nuova definizione della coppia. Con la sua benevolenza e la sua forte personalità, Ingrid lo supporta, lo incoraggia.

Girato con una troupe ultra ridotta, Hytte è un'opera appassionante e singolare. Nonostante la pienezza e la calma imposte dalla sua cornice naturale, questo film meditativo è comunque ritmato da un montaggio efficace e aperto alla sperimentazione. Partecipano al film molti veri abitanti delle Svalbard, che interpretano se stessi. Questo film è una bella scoperta, che vale il viaggio.

Hytte è prodotto da a_BAHN (che lo distribuirà nel Lussemburgo), Novak Prod, Les Films Fauves ed Espera.

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(Tradotto dal francese)

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