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FILM / RECENSIONI Svizzera

Recensione: Beyto

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- Il film della zurighese Gitta Gsell, Prix du public alle Giornate di Soletta, dipinge una relazione omosessuale lontano dagli stereotipi

Recensione: Beyto
Dimitri Stapfer e Burak Ates in Beyto

Poco importa, ci verrebbe da dire, se la coppia protagonista di Beyto [+leggi anche:
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è formata da un uomo e una donna, due uomini, due donne o altro, tanto il problema che l’affligge è universale: l’impossibilità di liberarsi dal giogo di credenze infondate ma profondamente radicate in chi le custodisce. Se è la scoperta dell’omosessualità del figlio a scatenare nei genitori reazioni estreme, è fondamentalmente il volersi liberare dalle credenze famigliari per forgiarsi la propria identità, a mettere Beyto, il protagonista del film, nei guai.

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Il film della zurighese Gitta Gsell, Prix du public alle Giornate di Soletta, si basa sul libro Hochzeitsflug dell’autore curdo, svizzero d’adozione Yusuf Yesilöz (che ha co-scritto il film con la regista), libro che affronta il tema dell’omosessualità vissuto attraverso una doppia prospettiva: quella di un figlio cresciuto nella tollerante Svizzera e quella dei suoi genitori, originari della Turchia, ancora legati a credenze che di razionale hanno obbiettivamente ben poco.

Beyto (interpretato dall’esordiente Burak Ates) è il figlio unico di una famiglia d’immigrati turchi gerenti di un ristorante di kebab che funge anche da ritrovo per tutta la comunità d’origine turca della città. Figlio modello, bravo a scuola e apprezzato sul lavoro nonché atleta d’alto livello, Beyto custodisce un segreto: la sua attrazione per gli uomini che per la sua famiglia rappresenta un tabu assoluto. Frequentando il suo allenatore e mentore Mike (interpretato dal magnetico Dimitri Stapfer, nominato per il suo ruolo nella categoria Miglior interpretazione come attore non protagonista al Premio del cinema svizzero), Beyto si rende però conto di non poter più reprimere la sua vera natura. Innamorato di Mike e stanco d’indossare la maschera soffocante del figliol prodigo, Beyto si espone sempre di più fino ad essere scoperto dai suoi genitori che vedono letteralmente il loro mondo sgretolarsi. La vergogna, la stigmatizzazione da parte d’una comunità ancora fortemente legata a tradizioni patriarcali ed eteronormative spinge allora la famiglia del protagonista a mettere in atto un piano machiavellico: partire nel loro villaggio natale in Turchia per far sposare, a sua completa insaputa, il figlio e la sua amica d’infanzia, Seher. Incapace di scappare abbandonando Seher al suo destino, Beyto si ritrova, una volta ritornato in Svizzera, intrappolato in una relazione triangolare tutta da costruire. Come continuare ad amare Mike senza privare Seher della libertà che la Svizzera può indubbiamente offrirgli? È questo il quesito al quale Beyto deve confrontarsi.

Sebbene la cinematografia svizzera non sia certo sprovvista di film che trattano il tema dell’omosessualità maschile (pensiamo al pluripremiato The Circle [+leggi anche:
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di Stefan Haupt, ai numerosi film di Marcel Gisler: Rosie [+leggi anche:
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di Stéphane Riethauser), Gsell si pone la sfida di unire questo tema con quello della migrazione. Un’impresa non facile tanto il rischio d’offendere una comunità, confrontata con i propri tabu, è grande. Eppure il rappresentare il dolore tanto per gli uni, incapaci d’abbandonare le proprie convinzioni prendendo addirittura il rischio di perdere il loro unico figlio, che per gli altri, che sentono l’urgenza di esistere senza menzogne, è indispensabile e urgente. Senza calcare troppo la mano rispetto a situazioni che potrebbero diventare quasi parodiche, la regista mette in scena in modo realistico e delicato la nascita di un amore apparentemente impossibile. Un film sincero, a tratti toccante, che parla d’intimità al di là dei generi e delle orientazioni sessuali.

Beyto è prodotto da Lomotion AG Filmproduktion e Sulaco Film GmbH e venduto all’internazionale da Salzgeber & Co. Medien Gmbh.

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