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CANNES 2021 Un Certain Regard

Recensione: Great Freedom

di 

- CANNES 2021: Franz Rogowski eccelle nei panni di un uomo incarcerato per la sua omosessualità nella Germania del dopoguerra, in questo impressionante dramma del regista austriaco Sebastian Meise

Recensione: Great Freedom
Franz Rogowski in Great Freedom

Franz Rogowski è sicuramente uno dei giovani attori più entusiasmanti in attività, ogni film graziato della sua presenza rivela nuove, e strane, sfaccettature e sottigliezze della sua pratica, un po’ come degli elementi chimici ancora da classificare e nominare. Ha recitato personaggi minacciosi (Victoria [+leggi anche:
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), il protagonista tragico-noir romantico in Transit [+leggi anche:
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, e ora, in Great Freedom [+leggi anche:
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, un personaggio assolutamente soffuso di virtù. Il cineasta austriaco Sebastian Meise, prima di adesso poco conosciuto, è alla guida con il suo secondo lungometraggio, in prima nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes. Non appena più persone saranno esposte a Great Freedom, il concetto di lui come poco conosciuto sarà qualcosa di anacronistico.

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Questo è un film d'essai esistenzialista tedesco, quindi naturalmente, possiamo fare dei collegamenti con Kafka. Il personaggio di Rogowski, Hans Hoffmann, è l’individuo finale “arrestato una mattina senza aver fatto niente di sbagliato”, per citare la famigerata frase di apertura di The Trial – essendo il presunto “crimine” la pratica di relazioni omosessuali. Great Freedom, per usare un’analogia che può non piacere a Meise, è come un “expansion pack” di The Trial – come se Josef K. venisse evocato direttamente in prigione, senza il campo minato burocratico che deve attraversare nel romanzo.

Great Freedom è un lavoro con molti temi ed elementi perfettamente bilanciati, analizzando profondamente la storia del dopo guerra della Germania, essere queer prima della decriminalizzazione, e come la logica soffocante dell’incarcerazione crei una prigione mentale, così tanto che quella reale diventa irrilevante. Non c’è una vera e propria esplorazione del perché la Germania è rimasta così intollerante dopo la vittoria degli alleati  – ma sorprendentemente, non sembra essere un'ellisse scomoda. Inoltre, Meise non lesina sui piaceri stereotipati della vita in prigione, riappropriandosene per i suoi fini: abbiamo zuffe nel “cortile”, notti nel “buco” e segnali di una possibile evasione. Non è un'esperienza monoliticamente desolante: c’è leggerezza, e per Dio, c’è del sesso.

Come attraverso tre matriosche, intrecciando linee temporali, Hans si ritrova ripetutamente nella stessa prigione di massima sicurezza per una successione di atti omosessuali, rimproverato nello specifico per essere stato beccato durante l’atto (non c’è nessuna “polizia del pensiero” Orwelliana qua). La figura che ricorre in ogni era storica – 1945, 1957 e 1968 (l’anno prima della decriminalizzazione) sono i marcatempo – è Viktor, (Georg Freidrich, acclamato attore austriaco), un omofobo impetuoso, o per lo meno all’inizio, il quale sta scontando una condanna a vita per omicidio. La relazione tra i due uomini si sviluppa in un modo affascinante, diventato quasi un legame romantico, ma allo stesso tempo, non proprio.

Great Freedom ha intenzionalmente una qualità quasi statica. Nei suoi centodiciotto ampi minuti, i punti della trama emergono senza sembrare avere un senso vero e proprio della loro rilevanza iniziale, fino a che un filo conduttore gli unisce tutti insieme, più di un’ora dopo – cosa che ti fa riflettere sul perché hai dubitato del controllo di Meise. È un film impegnativo, ma tra le sue virtù, inserisce una storia intrecciata negli archivi storici cinematografici, un po’ come The Imitation Game di Alan Turing, ma come una classe artistica molto più elevata.

Great Freedom è una coproduzione tra Germania e Austria, prodotto da FreibeuterFilm e Rohfilm Productions. The Match Factory ne gestisce le vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese da Alessandro Luchetti)

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