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CANNES 2021 Concorso

Recensione: Petrov’s Flu

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- CANNES 2021: Due ore e mezza di russismo nella sua forma più febbrile, se servite nel modo giusto, possono essere uno spettacolo, come dimostrato da Kirill Serebrennikov

Recensione: Petrov’s Flu

"La tua poesia è troppo lunga: negli anni '70 si vantavano di farne di brevi!" Parole del genere sono espresse dallo stanco membro di un club di poesia russa mentre interrompe una lettura particolarmente tortuosa. Il conseguente putiferio, che coinvolge una compassata bibliotecaria che distribuisce alcuni cattivissimi calci che sfidano la gravità, quasi coreografati in stile action movie asiatico, è davvero uno spettacolo, e per di più sanguinoso. Sono momenti surreali come questi che ravvivano Petrov’s Flu [+leggi anche:
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, in concorso a Cannes, che, con le sue due ore e mezza di durata, gioca senza paura con i meandri e le parti faticose.

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Sono passati tre anni da quando il poliedrico regista russo Kirill Serebrennikov ha realizzato il suo film precedente, Leto [+leggi anche:
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, presentato in concorso a Cannes nel 2018. Da allora, ha avuto la sua dose di grandissimo casino, per usare un eufemismo: accusato di appropriazione indebita (presunta e mai provata,  un’accusa sollevata in modo tempestivo in relazione alle sue varie critiche al governo e al suo sostegno LGBT), è stato agli arresti domiciliari per 20 mesi, fino a giugno dello scorso anno, quando ha ricevuto la sospensione della pena. Petrovs Flu è stato pensato in questo periodo di (più o meno) ritrovata libertà e sembra quella bottiglia di ketchup incrostata che alla fine cede: splash, e va dappertutto, nel tempo, nello spazio e nella trama.

Il piatto è comunque succulento, fin dall'inquadratura iniziale in un tram affollato in una città rozza e senza nome, dove il nostro resiliente protagonista, un meccanico di auto-fumettista di nome Petrov, ha una brutta tosse (l'attore protagonista Semyon Serzin è un ottimo tossitore) – ma almeno non è un cancro, solo un caso di influenza. Sua moglie, Petrova, non è altro che la suddetta bibliotecaria con inaspettati super poteri (Chulpan Khamatova, moto brava a sferrare calci). Inutile dire che ha anche lei l'influenza.

Il tutto è basato su un romanzo del 2018 intitolato The Petrovs in and Around the Flu, scritto dall’autore di culto nazionale Alexei Salnikov. La storia, o le storie - e qui ce ne sono molte - si svolgono come un Manoscritto trovato a Saragozza inzuppato nella vodka Stolichnaya. Una festa di Capodanno con un irsuto Nonno Gelo e una svogliata Regina dele Nevi accompagnata da una febbrile interpretazione di Vivaldi alla fisarmonica attirano particolarmente l'attenzione, finendo certe volte per essere molto esauriente per lo spettatore. Il finale arriva in una lunga e apparentemente separata storia, sostituendo le immagini granulose e color terra con alcune bellissime in bianco e nero, e infine facendo convergere le cose sul tram.

È certo che solo poche persone in un Grand Théâtre Lumière strapieno a metà festival (in questa curiosa edizione 2021) sono state in grado di decodificare la miriade di cose in cirillico, ma l’applauso dopo i 145 minuti è stato caloroso e entusiasta. Un corpo non proprio morto in una bara e tante frasi stimolanti sui vari aspetti della russità possono certamente aver aiutato a godersi l'esperienza.

Petrov’s Flu è una coproduzione Russia-Svizzera-Frencia-Germania di Hype Production, Bord Cadre Films, ARTE France Cinéma, Logical Pictures, Charades e Razor Film Produktion. Le vendite internazionali sono affidate a Charades.

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(Tradotto dall'inglese)

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