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SUNDANCE 2022 Spotlight

Recensione: Three Minutes – A Lengthening

di 

- Il documentario di Bianca Stigter fa luce sul tragico destino della comunità ebraica di Nasielsk attraverso un breve filmato amatoriale in 16 mm trovato per caso in un armadio

Recensione: Three Minutes – A Lengthening

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia lo scorso anno e coprodotto da Steve McQueen, il documentario di Bianca Stigter Three Minutes – A Lengthening [+leggi anche:
trailer
intervista: Bianca Stigter
scheda film
]
è approdato alla sezione Spotlight del Sundance Film Festival 2022.

Oggetto cinematografico complesso e difficile da definire, questo lungometraggio si apre con un filmato amatoriale di tre minuti in 16 mm. Le immagini si stanno sgretolando e i colori sono pallidi, ma possiamo vedere alcune persone di tutte le età che si radunano, scorci di un paesaggio di una piccola città che potrebbe essere ovunque in Europa, con alcuni volti sorridenti, alcuni che lasciano una sinagoga, altri che pensano agli affari propri, e questo è tutto. Quando irrompe la voce fuori campo – qui affidata alla star inglese Helena Bonham Carter, che interpreta la sua parte con tatto – scopriamo che nel 2009 un uomo di nome Glenn Kurtz trovò quella bobina di tre minuti nell'armadio dei suoi genitori in Florida. Il filmato sarebbe stato girato da suo nonno David nel 1938, quando era in vacanza in Europa. La città raffigurata nei filmati amatoriali è Nasielsk, una comunità polacca abitata prevalentemente da ebrei e luogo di nascita di David. È un raro documento che mostra l'aspetto della città prima dell'occupazione nazista, dove meno di 100 persone sopravvissero all'Olocausto.

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Audacemente, Stigter e la sua montatrice Katharina Wartena decidono di giocare esclusivamente con il filmato contenuto nella bobina di tre minuti. Nel complesso, il duo porta a termine il compito, anche se il film presenta alcune soluzioni creative che hanno meno successo di altre. Esporre uno dopo l'altro oltre 150 ritratti, dare allo spettatore un momento per guardarli tutti e posizionarli gradualmente su nove file è sicuramente una scelta elegante, che dà grande dignità all'esistenza di queste persone. Rende anche giustizia alle affermazioni del film, ossia che "i volti sono tracce". Tuttavia, soffermarsi sull'immagine fissa sfocata di un'insegna non identificabile per alcuni minuti mentre la narrazione della voce fuori campo va avanti, si rivela molto meno potente e conferisce al film un'atmosfera da podcast che può facilmente distogliere l’attenzione dello spettatore.

Il documentario è arricchito dalla presenza di diverse testimonianze dirette fornite da alcuni sopravvissuti, che parlano anche lingue diverse dall'inglese, come polacco, yiddish e tedesco. Le loro storie toccanti ci aiutano a costruire un legame empatico più forte e meritano tutte di essere ascoltate: in una di esse, ad esempio, un uomo spiega come è riuscito a salvare la sua ragazza fingendosi un ufficiale nazista grazie al cappotto preso in prestito dal suo vicino anti-hitleriano.

Verso la fine, Bonham Carter e Glenn avviano un'affascinante conversazione filosofica sul ruolo delle immagini nel mantenere vivi i ricordi e le identità, e si chiedono se i filmati e altri manufatti storici possano aiutarci a ricordare coloro che ci hanno preceduto e le lotte che hanno affrontato. Nel complesso, il documentario di Stigter è uno sforzo creativo lodevole e un buon esempio di come l'uso della microstoria nel cinema (passando dal generale al particolare) possa essere efficace nel svelare le realtà dietro agli eventi globali – in questo caso, la diaspora ebraica, i traumi del dopoguerra, i campi di concentramento e molti altri.

Three Minutes – A Lengthening è una coproduzione tra la società olandese Family Affair Films e la britannica Lammas Park. La compagnia viennese Autlook Film Sales si occupa delle vendite mondiali.

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(Tradotto dall'inglese)

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