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MIX FESTIVAL 2022

Recensione: All Our Fears

di 

- La storia vera dell’attivista polacco cattolico e gay Daniel Rycharski in un film complesso che accende una luce abbagliante su un Paese che ha virato verso l’intolleranza

Recensione: All Our Fears
Dawid Ogrodnik in All Our Fears

Il rapporto tra arte e religione si è deteriorato da quando i pittori hanno smesso di raffigurare magnifiche Deposizioni e Madonne con Bambino e i performer contemporanei hanno cominciato a lavorare su opere che prevedono un papa a terra colpito da un meteorite (La nona ora, 1999, scultura di Maurizio Cattelan) o peggio ancora su fotografie raffigurati crocefissi di plastica immersi in un bicchiere di urina (Piss Christ, 1987 provocatoria opera di Andres Serrano). Quando l’artista è un gay che combatte per i diritti LGBTQ+ la cosa si fa molto più complicata, come nel caso di Daniel Rycharski, artista, attivista e devoto cattolico polacco, che un articolo dell’Economist dell’anno scorso ha definito uno che “costruisce ponti con l’arte”. In realtà Rycharski ha modellato grani di rosario in resina mescolata al sangue di un amico gay, ha realizzato spaventapasseri con abiti donati da lesbiche, gay, bisessuali e transgender perseguitati, ha cucito un abito con cappuccio appuntito ricavandolo da un vero abito ecclesiastico e lo ha chiamato “Ku-Klux-Klan”. Ma la cosa che spiazza tutti è il fatto che Daniel sia un fedele della Chiesta, più fervente di un’anziana contadina che va a messa ogni giorno. E infonde la sua fede nell’arte.

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All Our Fears, diretto da Łukasz Ronduda (regista e curatore del Museum of Modern Art di Varsavia) e dal direttore della fotografia Łukasz Gutt, non fa altro che mostrarci un momento cruciale della vita di Rycharsk. Il film è passato a Milano al MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer dopo aver vinto il Leone d’Oro al Polish Film Festival di Gdynia a settembre, mentre Łukasz Gutt è stato nominato “Scoperta dell’Anno” ai Premi del cinema polacco (le Aquile).

Lasciata Cracovia, l’artista (Dawid Ogrodnik) si è stabilito a Kurówek, villaggio di 200 abitanti nella Polonia centrale, dove è diventato paladino della comunità rurale che lotta per non soccombere alle logiche del potere centrale e ai cinghiali, e dove ha aggregato una minuscola comunità LGBTQ+. Daniel ha dipinto grandi animali ibridi sulle cascine, i fienili e gli spazi pubblici e la comunità lo ama e “tollera” le sue scelte sessuali. Persino il parroco del paese lo assolve, perché non potrebbe fare altrimenti. Ma qualcosa si rompe quando la giovane Jagoda (Agata Labno), che Daniel ha spinto a non nascondere più la propria omosessualità, viene minacciata da un gruppo di giovani omofobi e si uccide impiccandosi ad un albero.  Daniel Rycharski trasforma quella morte tragica in una performance artistica: taglia l’albero sul quel si è impiccata e ne ricava una croce con la quale vuole organizzare una via crucis, “perché Jagoda è morta come Cristo” e “questa croce parla di un dramma universale”: il diritto di vivere senza essere umiliati e odiati. L’intolleranza ha il sopravvento, ma Rycharski sfiderà la Chiesa e il senso comune portando la sua opera in un vernissage a Varsavia.

All Our Fears è un film complesso, pieno di sfumature - e qui tralasciamo di accennare ai personaggi che lo popolano e alle relazioni che lo animano: il rapporto dolcissimo tra Daniel e la nonna, quello inconciliabile con il padre, il gallerista e amico di Daniel, l’incontro con la madre della ragazza suicida e con la sindaca della cittadina). I due registi danno una fluidità e un ritmo ai drammatici avvenimenti che non era facile trovare, anche se in certi dialoghi la complessità si piega ad una eccessiva didascalicità. Dawid Ogrodnik dà un’interpretazione appassionata del protagonista, sottolineandone la personalità istrionica tipica dei leader e l’esaltazione religioso-artistica. All Our Fears accende una luce abbagliante su un Paese europeo che ha virato drasticamente verso l’intolleranza e dove una serie di villaggi si sono dichiarati zone LGBTQ-free. E dimostra che il cinema polacco conserva la grandezza di sempre nell’esplorare le smagliature del proprio tessuto sociale.

Il film è prodotto da Serce.

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