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BERLINO 2017 Panorama Dokumente

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Belinda: una storia d'amore ed erranza

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- BERLINO 2017: Partecipa alla sezione Panorama Dokumente il documentario della regista francese Marie Dumora, che narra della vita di una ragazza di origine yenish nella Francia contemporanea

Belinda: una storia d'amore ed erranza

Il documentario Belinda [+leggi anche:
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, diretto dalla regista francese Marie Dumora, che partecipa alla 67a edizione della Berlinale nella sezione Panorama Dokumente, costituisce un lavoro iniziato anni fa e che ritrae in maniera realistica la vita della comunità yenish a Mulhouse, in Alsazia, tramite le vicende di Belinda, una giovane ragazza di 23 anni alle prese con i naturali problemi sociali in cui sono costrette le minoranze nomadi in Europa: piccola delinquenza, povertà ed esclusione sociale. 

La regista ricostruisce uno spaccato della storia del popolo yenish attraverso la protagonista Belinda con filmati d'epoca, ampio utilizzo di camera a spalla che segue di continuo la protagonista e con l'assenza della voce narrante: è proprio la mancanza di quest'ultima che denota un silenzioso invito allo spettatore a non formulare un giudizio.

La durata del film (quasi due ore) riesce a restituire la lunghezza e la monotonia dei gesti quotidiani di Belinda, la pigrizia del fumare, il peso di una vita passata direttamente dall'infanzia all'età adulta; un'infanzia segnata dalla separazione dalla sorella, finita in un altro istituto, fino all'ingresso nel modo adulto in un ruolo già assegnato: stare in casa ad accudire i fratelli, essere moglie. Proprio sul matrimonio infatti è incentrata la seconda parte del film: se ne racconta tutta la preparazione, forse in maniera inutilmente dettagliata ed esasperante ma che ci restituisce il candore dei desideri di Belinda, quelli di una vita conforme ai canoni della piccola borghesia ma che tenda a mantenere vive le tradizioni yenish, ad esempio andando a vivere in un caravan. 

Un piccolo inserto è dedicato agli antenati di Belinda, alcuni vittime delle persecuzioni razziali, un modo per ricordare uno dei tanti popoli che ebbe a soffrire durante il nazismo e che tutt'ora non è riconosciuto come minoranza etnica dall'Unione Europea. 

Nonostante l'approccio minimale al soggetto e la scelta della regista di non intervenire lasciando parlare solo i personaggi, i dialoghi denotano una leggera forzatura, mancando di naturalezza e accettuando la presenza della camera, che si vorrebbe assente e neutra: una forma di realismo paradossalmente più gradevole quando si tratta di mettere in scena la finzione piuttosto che documentare la realtà.

Il ritratto di Belinda riesce ad emozionare senza scadere nell'apologia dei buoni sentimenti e Marie Dumora è brava a non enfatizzare il peso dell'ambiente dal quale i personaggi provengono, integrandoli nel mondo con una semplice operazione: mostrando le differenze per invitare a comprenderle.

Il film è prodotto da Gloria Films con Les films d'Ici, Quark Productions e Digital District, e venduto all’estero da Be for Films.

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